"Dio e' morto, Marx e' morto, e anch'io non mi sento tanto bene..." (W. Allen)
Io sono superstizioso. Certo non di quelli fanatici. Non di quelli, per intenderci, che chiamano i maghi in diretta per conoscere l'oroscopo o l'ascendente. E neanche di quelli che si fanno leggere la mano per sapere se hanno il malocchio o che so io. Io sono un superstizioso di quelli che se un gatto nero gli attraversa la strada inchioda, parcheggia e aspetta che passi qualcun altro prima. Tutto qui. O che toccano ferro ogni volta che passa un carro funebre; vuoto o pieno non fa differenza, perche' nel piu' ci sta il meno. Insomma un superstizioso nella norma. E cosi' se qualcuno mi fa gli auguri, per un riflesso condizionato con la destra gli stringo la mano e con la sinistra mi gratto le palle. Con studiata non-chalance, certo.
"A cosa pensi?".
"Alla pioggia. La pioggia mi piace perche' mette tristezza".
Para Machuchar Meu Coraçau. Vado piano e guardo fuori dal finestrino, in lontananza, verso le alpi apuane e le cave marmoree di Carrara. Le nuvole le ricoprono, ma le immagino sempre un po' bianche che pare abbia nevicato e invece e' la roccia nuda.
Stiamo tornando dalla Liguria, da Lerici, da Porto Venere. Io e Ilaria. Passiamo diverso tempo insieme. Soprattutto durante la settimana. Un po' meno nei week end. Siamo due tipi strani. E cosi' quando viaggio per lavoro, come spesso capita nell'ultimo periodo, cerco di tornare a casa la sera, magari per prendere qualcosa da bere insieme e "fare due parole" come le piace ripetere. Anche due o tre ore di viaggio e poi ripartire la mattina prestissimo. Mi piace farlo perche' non me lo ha mai chiesto.
La scorsa settimana sono finito in Puglia. Ne ho approfittato per fare un salto nel Salento a salutare la mia vecchia famiglia. Ormai sono un nucleo familiare singolare e autonomo. Visto fratellone e sua moglie Miss Mondo (una super topolona che se non fosse la mia carissima cognatina ci avrei fatto piu' di un pensiero e magari anche qualcosa di piu' pratico...). Visti nipotini sguscianti e casinari. Ho avuto il dubbio piacere di un invito a cena a casa del boss. Io, il fratellone e la fratella, cioe' la mia sorellina, anche detta la Cozza Munacedda: Munacedda perche' parla e si comporta come una santerellina coi voti e Cozza perche' esprime la belta' di un mitilo scrafazzato da un'autospurgo pieno di merda. Anche lei si e' fatta davvero una bella famigliola. Insegna a scuola e da ripetizioni. Considerando il percorso di studi, mi pare uno spreco. Il marito e' una sorta di scimmia gobba e pelosa che madre natura ha dotato della vitalita' e la goliardia di un lemure strabico che non dorme da una settimana. Ha un ottimo lavoro in municipio. Credevo pulisse i cessi o che stesse agli sportelli (che per me non fa differenza, sebbene su un'ipotetica scala di valori credo sia piu' vario il primo). E invece ti scopro che ha addirittura un ufficio tutto suo. Mi fa capire che la cosa e' piuttosto importante. Io lo guardo per dieci minuti buoni perche' non ho colto. Cosi' insiste: "sai un dirigente comunale ha bisogno di privaci" (ha detto proprio "pricavi"). Continuo a guardarlo in silenzio ma questa volta a bocca aperta. Poi cambia discorso. E mi racconta che e' impegnato in politica.
"Sono nella maggioranza da oltre venti anni". Lo guardo di nuovo in silenzio, a bocca aperta e cerco di farmi scendere la bava all'angolo della bocca. Metodo Stanislawsky. Poi decido di darmi un contegno e penso cazzo, fai il serio qualche volta. Mi dico proprio cosi' cazzo (Devo smetterla di dire cazzo in continuazione, cazzo). Decido, dunque, che e' arrivato il momento di dare una svolta alla conversazione.
"Bravo, la corenza e' la dote principale di un politico d'opposizione. Tu quanti partiti hai cambiato?"
Stavolta e' lui che rimane a bocca aperta. Un attimo prima di profferire le parole magiche (non ho capito), la cognatina sveglia prende il controllo:
"Amore, mi passi il pane? Ragazzi, era da un pezzo che non riuscivamo a stare un po' di tempo insieme. Doveva arrivare il nostro caro Cecco per ritrovarsi..."
Poi mia sorella inizia a parlare del nuovo parroco e del papa e del vescovo e dei parrocchiani dispiaciuti per il vecchio prete che e' andato in pensione:
"Te lo ricordi don Luigi?"
"Quello che picchiava i bambini?"
"Ma no. Quello era don Armando. E poi non li picchiava. Lui era un educatore. Oggi non c'e' piu' nessuno che lo faccia e guarda che costumi e che mondo. I bambini crescono senza rispetto. E insomma ti dicevo di don Luigi. Ma te lo ricordi don Luigi?"
In mezzo a tutto questo entusiasmo incontenibile noto che la cognata mi guarda e sorride. Mi pare una brava personcina. Dotata di spirito e di tette. Ma e' la moglie del fratellone. Al caffe' il discorso scivola sull'amarcord e sui nostri genitori. Il lemure e' ancora perso dietro il significato delle parole. Io non ho ancora detto a mia fratella se ricordo o meno don Luigi, mia cognata continua a sorridere e per un attimo, solo per una frazione di secondo, penso che mio fratello sia un uomo fortunato.
Poi squilla il telefono e sono dalle parti di Viareggio. E' il Drugo.
"Devo parlarti. E' urgentissimo".
"Copas, il tuo concetto di urgenza richiama quello di culi e/o di tette: a quale delle due ti riferisci?"
"Ovunque tu sia fai in fretta. Mi trovi a casa tua. Vieni solo". Poi riattacca.
"Chi era?"
Sorrido. "Era il Drugo. Mi vuole fare uno scherzo. Ti riaccompagno a casa".

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