"Dio e' morto, Marx e' morto, e anch'io non mi sento tanto bene..." (W. Allen)
Mio fratello ha chiamato. Avrei voluto farlo io. Avrei dovuto farlo io. E' triste e penoso parlare con una persona a cui vorresti dire molte piu' cose, ma mentre parli, scopri che le parole non ti escono come vorresti. Di acqua sotto i ponti ne e' passata. Pure troppa. Ci siamo visti diversi mesi fa. Al funerale di nostra madre. C'eravamo tutti ed e' stata l'ultima volta.
Mia madre ha sempre avuto un debole per me. Mio fratello e mia sorella non le hanno mai perdonato questa debolezza. Io ero quello che le ha dato piu' problemi, che non era mai a casa, che e' andato via troppo presto. Ero quello che frequentava la gente che non dovevo frequentare, che non avevo rispetto per la memoria del padre. In nome del padre. Amavo mia madre. Un bene dell'anima. Quando tornavo spalancavo la bocca "a cartone animato" e le dicevo sempre le stesse parole: "Mamma, ma sei bellissima!". Lei mi sorrideva e poi diceva seria: "O Dio mio, quanto sei sciupato. Dammi un bacio e ti preparo qualcosa". Ci abbracciavamo e io mi sentivo di nuovo a casa. La mia unica vera casa.
Per mio padre ero la pecora nera. Mio fratello e mia sorella hanno sposato le tesi del padre. Diciamo che hanno continuato la tradizione familiare. Un assioma che all'inizio ho sempre contestato (piuttosto aspramente). Finche' i miei congiunti non hanno iniziato a titolarsi con lauree, masters, specializzazioni, rigorosamente col massimo dei voti, lavori con mille appelativi super inglesi, in prestigiose multinazionali leader del settore, che poi significavano tanto potere e tanti ma tanti vaini... Soprattutto il mio fratellone. Io arrancavo, perso in affollate stanze dell'universita' e snervanti tornei di tressette. Del diritto non me ne fregava nulla. Il mio corso preferito si chiamava antropologia uterina. Eppure lavoravo, studiavo quando era tempo di farlo, lavoricchiavo in giro per pagarmi fumo e birra, mi interessavo a molte cose diverse. Ma non ero particolarmente bravo a vendermi la fuffa. Ormai ero la pecora nera. Alla fine mi sono arreso ed ho lasciato che tutti la pensassero cosi'. Tutti tranne mia madre. Una madre non si arrende mai. Lei era l'unica a capire che ero debole. Fingevo di essere forte, ma sapeva quanto soffrissi quando partivo a testa bassa. Attaccavo frontale e sistematicamente mi frantumavo le corna contro la sagacia di mio fratello. Ho imparato a rispettarlo quando invece di disprezzarmi col suo silenzio, ha iniziato ad umiliarmi con le sue risposte. Mi lasciava di stucco, inebetito da cotanta potenza intellettuale. Conosceva ogni debolezza su cui abbattere il maglio della sua arguzia; e lo faceva con una cattiveria cosi' chirurgica che pensavo avesse il bisturi al posto della lingua. Le persone piu' vicine possono essere le piu' velenose. Con gli anni ho imparato a difendermi. Lui tentava di annichilirmi ed io mi difendevo con l'atarassia. "Se non ho passioni - mi dicevo - saro' inattaccabile". E magicamente funzionava. Mia madre e mio padre ci osservavano fin da bambini e spesso prendevano le mie difese: la prima perche' ero il piu' piccolo, il secondo perche' mi considerava meno dotato: "Davide, non infierire su tuo fratello". Ad un bimbo di 7 anni che picchiava il fratellino di quattro, mio padre diceva testualmente "non infierire su tuo fratello". Appare piuttosto ovvio che poi mio fratello sia cresciuto come un perfetto stronzo. Comunque, alla fine sono diventato quasi impenetrabile agli attacchi. Mi difendevo talmente bene da cicatrizzare ogni ferita con rapidita' impressionante e tutto sommato indolore. L'unica a preoccuparsi di questa involuzione interiore e' stata sempre e solo lei.
"Ti stai inaridendo".
"Mamma, davvero mi spiace tu mi veda in questo modo. Guarda sono piuttosto dispiaciuto. Sento la botta". Lei sapeva che mentivo.
Se n'e' andata senza che le dicessi "Mamma, ma sei bellissima". Chissa' se mi ha pensato almeno una frazione di secondo mentre si spegneva. Se mi ha regalato un ultimo pensiero per l'immensa nostalgia che mi ha lasciato in ricordo. Per la solitudine che mi assuglia in certi momenti.
"Devi venire giu' a firmare un po' di carte per le proprieta' di papa' e mamma".
"Senti, Davide, non posso farti una procura? Te la mando via fax e pensi tu a tutto, sai col lavoro...".
"Ti sei scordato che mamma e papa' sono sepolti qui? Ogni tanto potresti venire a trovarli, no? E poi non sono certo il tuo segretario"
Silenzio.
"Va bene scusa". Ho un sussulto. MIo fratello mi sta chiedendo scusa? Guardo il numero di telefono sul cellulare: dice proprio "Davide". Adesso ne sono certo.
"Mi farebbe piacere se tu venissi giu' almeno si fanno due chiacchiere. E magari si sta un po' insieme"
Alla fine volevo quasi piangere. Mio fratello che mi chiede scusa. E mi dice "si sta un po' insieme?". Cazzo. Mai successo.
Ilaria mi guarda perplessa. Sono a casa sua. Le racconto tutto, di getto. Ho voglia di parlare. Sono esaltato, entusiasta. Lei mi guarda ancora piu' stranita.
Probabilmente non mi ha mai visto cosi' contento. Quando sei cresciuto dentro certi schemi alla fine non ti accorgi neppure di essere in gabbia.
La abbraccio e la bacio sulle guance, una, due, tre volte. Lei ha le mani strette sul seno come a marcare una distanza protettiva. Io la stringo e poi la bacio ancora a raffica sull'altra guancia e poi sulla fronte e di nuovo sulla guancia. Lei inizia a ridere forte e mi punta le mani sul petto come a voler scostarmi. Io le sposto le mani con gli avambracci, la stringo in vita con i palmi appoggiati sui fianchi e la bacio sul collo. Lei inarca la testa e si abbandona alle labbra che scivolano dietro l'orecchio. Appoggio il palmo della mano dietro la sua nuca accarezzando i capelli. Mi scopro improvvisamente felice e mi dico: "ormoni in circolo". E penso che e' il massimo del romanticismo che possa sentire. La guardo un secondo dritta negli occhi. La bacio sulle labbra. Ci stendiamo sul letto e siamo ignudi a rotolarci tra le lenzuola. Ho energia. Ho voglia. Lei la sente e l'afferra con tutte le forze. E andiamo avanti cosi' senza inibizioni alla ricerca del limite. Finche' non cadiamo stremati. Nudi alla meta'. Ci addormentiamo abbracciati. Il telefonino che squilla ci sveglia all'imbrunire.
Rispondo rinco per trequarti.
"Signor Cecchetto?"
"Cecchetti, chi parla?"
"Sono l'appundato Ruoppolo".
"L'appuntato chisenefott'"
"Come?"
"No, dicevo, si fa nott. E' un detto delle mie parti... Ma, mi dica mi dica"
"No. Mi dica lei".
"In che senso, appunda'?"
"Mi dica lei, piuttosto"
"MI scusi. Ha chiamato lei. Mi dica lei"
"Io ho chiamato, ma lei mi dovrebbe dire a che gioco vogliamo giocare".
A questo punto per concludere che l'appuntato chisenefott e' completamente svitato. Poi riparte.
"Lei ha sporto denunzia contro un gerto Avvocato Luperini, e' ve'?"
"Esatto. Come l'ha intuito?"
"Non l'ho induito. E' venuto lei a scriverlo sulla denuncia". Non commento.
"E per la ma... remma maiala, avimm fatto delle indagini".
"Fantastico. Questa cosa mi colpisce"
"E avimm scoperto una bella cosa"
"Cioe'?"
"Che l'Avvocato Luperini, buonanima, ci ha lasciato da un paio d'anni. Quindi a me mi pare o che voi ci state pigliando per il culo oppure avet sbagliato tutto"
"Sicuramente la prima"
"Ecco bravo. Allora facit un po' di mente localo e cercate di capire meglio chi dovete denunziare e poi ci facit sape'"
"Va bene, grazie"
"Scusat"
"Si?"
"Ma voi che avete detto? la prima o la seconda?"
"La seconda, appunda'"

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