Cicatrix

"Dio e' morto, Marx e' morto, e anch'io non mi sento tanto bene..." (W. Allen)

domenica, 05 dicembre 2004

Il jazz club a quest'ora e' vuoto. E' ancora presto. L'atmosfera e' quella di preparativi per una serata di routine. Le persone in giro si muovono sicure, con la perizia di chi sa cosa deve fare. Le luci sul palco sono soffuse, ma stonate rispetto all'armonia dei momenti di musica vera. C'e' troppa luce all'ingresso. E c'e' il proprietario, un signore sui sessanta che ama le camicie con i colletti alti a tre bottoni.

"Guarda chi si rivede". L'uomo mi osserva sorridente e superiore. E' vestito bene, con un completo firmato senza cravatta. Da perfetto pappone.

Non gli sorrido. Mi rivolgo alla barista: "Fammi un Black Russian". Lei mi guarda dubbiosa e poi guarda il suo capo, che le fa cenno con la testa di procedere. Prendo 10 euro e li poso sul bancone. Mi guardo in giro. Il gruppo che suonera' stasera sta provando gli strumenti.

"Che ci fai da queste parti?". L’uomo si e' avvicinato al bancone e a me. Mi arriva una zaffata del suo profumo super-figo ultima moda. Nauseante.

"Tu sai perche' sono qui".

L'uomo mi squadra con aria incerta: "E perche' dovrei saperlo?"

La risposta e' diretta. Mi convinco che lui sa. Non so neanche esattamente cosa. Ma lui sa. E' una sensazione fortissima.

"Il Drugo mi ha detto di venire qui". Rimane impassibile. Il cocktail e' pronto. La barista fa il gesto di prendere i 10 euro ma l'uomo la blocca con lo sguardo. Lei si ritira con la coda tra le gambe e si affaccenda in altre faccende. Io lascio stagnare il deca sul bancone e sorseggio. Troppa kahlua.

Il pianista della band si avvicina al proprietario:

"Carlo, proviamo a registrare un pezzo di prova?".

"Arrivo, caro. Dammi cinque minuti". Il pianista si allontana e il proprietario si rivolge a me: "Non vedo il Drugo da un bel pezzo". Sta mentendo spudoratamente.

Butto giu' il resto del bicchiere e lo osservo in silenzio. La mia sensazione non era sbagliata. Lo stronzo sa tutto. Poi continua.

"Non ti fai vedere da un pezzo"

"Non ne vedo il motivo"

"Non dirmi che vuoi ancora rivangare quella vecchia storia"

"Quella vecchia storia e’ successa l’anno scorso".

"Va bene. Vuol dire che io e te abbiamo due concetti differenti di profondita' temporale"

"Io e te abbiamo tutto di differente. Grazie a dio".

Il tizio mi osserva ancora con un sorrisetto da schiaffi e con quell'aria supponente da caprone arricchito: "Voi idealisti. Siete uno spasso".

Stringo il pugno nella tasca destra. Avrei una gran voglia di spaccargli il grugno, se non temessi di sporcarmi le nocche di merda. Perche' questo Carlo Miceli e'(!) un uomo di merda. Appena un anno fa, io e il Drugo gli presentammo una coppia di amici musicisti. Lei una voce fantastica e una personalita’ della madonna; lui un ottimo chitarrista e un tipo tranquillissimo; una sorta di Tuck&Patty de noantri. Gli chiedemmo di farli suonare nel suo locale per farsi un po' di pubblicita'. In realta' avevano gia' un discreto nome e quindi la serata era garantita. Una coppia coi fiocchi. Questo Carlo qui, pero', si invaghisce della donna. La tampina a tutte le ore, finche’ il ragazzo non si fa prendere i cinque minuti, aspetta ‘sto Carlo all’entrata del locale e gli spacca la faccia come un cocomero. Tutto bene, senonche’ il tizio si fa venire una brutta emorragia e finisce in ospedale. Gira e rigira ‘sto Merda-men denuncia il chitarrista (e questo ci puo’ stare), ma lo denuncia per tentato omicidio, si inventa tutta una storia su minacce di morte e altre stronzate simili e lo fa sbattere in galera. Ora tutti eravamo convinti che se la sarebbe cavata con qualche grana e fine della buriana. Invece escono fuori un paio di testimoni tutt’altro che affidabili i quali confermano una storia assurda e morale della favola il mio amico finisce al buio per un pezzo. Come in tutte le brutte storie, quando pensi che l’incubo sia finito succede che qualcosa gira male. In questo caso gira voce che Merda-men si sia scopato la cantante. Ovviamente non e’ vero, ma si sa come sono le voci: una volta che partono, indipendentemete da chi le abbia messe in giro, acquistano il valore di vangelo secondo-il-primo-che-capita. Il paese e piccolo, la gente mormora e guarda caso mormora proprio vicino alle sbarre del mio amico che, gia’ disperato di suo per come butta male la sua vita, ha la bella alzata d’ingegno di evadere, aiutato non si capisce bene da chi. Quando lo riprendono si becca anche la condanna per evasione ed e’ bello che fottuto… andato… Tutto grazie a me e al Drugo che gli abbiamo presentato questo stronzo qui di fronte, che adesso viene a darmi lezioni di ‘stare al mondo, vol. I’.

“Sempre meglio di voi nichilisti dell'ultima ora”

“Cosa vuoi? La vita e’ come il mare. C’e’ chi nuota e c’e’ chi va in barca. A me non piace nuotare…” Ride di gusto all’uscita filosofica del cazzo.

Mi guardo intorno per prendere tempo, vuoi vedere che mi sono sbagliato? Devo aver sbagliato posto. Like someone in love, John Coltrane. Una traduzione degna del Drugo. Sono sicuro che con quella frase mi avesse detto di venire qui. Un jazz club, quello in cui si passava le nostre serate a bere black&white russian, di quelli buoni, quelli di Amed l’Egiziano, che ora ha aperto un locale tutto suo e ha lasciato i cocktail di questo posto in mano ad una incompetente.

Va bene shitmen hai vinto tu. E poi non mi va certo di parlare di filosofia con questo. Senza salutare mi avvio alla porta ed esco a prendere una boccata d’aria. Una serata pisana fresca d’autunno. Ci vorrebbe una sigaretta, ma ho smesso da un pezzo.

“Cicatrix”. Mi sento chiamare da dietro. Mi giro. Carlo Miceli mi guarda con la solita aria da stronzo in canotto. Odio sentirmi vezzeggiare da una persona che ho saldamente avvinghiata ai coglioni.

“Senti, caro… il Drugo mi ha detto di darti questa”. Una busta da lettere sigillata.

Senza dire nulla la prendo e me ne vado.

“Non mi ringrazi?”

"No"

 

Salto sulla panda. Mi guardo intorno. Nessuno in vista. Almeno secondo la mia enorme esperienza di spionaggio… Apro la lettera del mio amico mad-drugo e provo a leggerla alla luce del lampione:

“l’altra sera ho telefonato a quella nostra amicona troiona -e gia’ rido- quella con tre numeri diversi che dava ai suoi amanti. Questa mi dice che mi stava pensando e che non crede io sia riuscito a farlo tutte quelle volte in una sola notte con la negrona cubana. Ma prima io le ho detto che se considero il numero di casa di quello stronzo dell’amico nostro sulla Sila e poi aggiungo le sberle che desti a Giovanni quella sera che eri ubriaco e soprattutto quelle che ti diede lui (ma quante birre a testa ci facemmo quella sera famosa a Londra in tre?).Beh allora sai che ti dico. Che gli spioni ce lo puppano alla grande”.

Rido di gusto un po’ per la lettera e un po’ per i ricordi. Ma tu guarda che cazzo si va a ricordare quellaltro. In un momento cosi’, poi. Metto in moto la macchina e parto verso Montefegastesi.

Allora. Ricapitoliamo. Il Drugo non e’ impazzito. Mi ha chiesto di chiamarlo su questo numero di telefono. Ha usato un codice impossibile da decifrare anche se sei il tizio piu’ intelligente del mondo, perche’ certe cose, non si possono decifrare solo con l’intelligenza e tantomeno con un computer.

La tizia dei tre numeri era una che frequentava il Drugo. Me ne parlava amorevolmente: “Un tegame pazzesco, copa’. Quella e’ una maga del cazzo”. La maga aveva un numero che iniziava per 340. Me lo ricordo perche’ il prefisso era uguale al mio e perche’ ragionavamo, con grande senso della cultura, che i numeri di telefono delle mignotte sulle riviste hard iniziano tutte per 340… pure illazioni. Le volte che lui dice di averlo fatto con la cubana sono 7 (anche se a me rimane il dubbio che siano 0) e soprattutto prima del 7 ci va il numero 4, il civico (sbagliato) del nostro amico Domenico di Reggio Calabria, che evidentemente nella concezione geografica del Drugo si trova sulla Sila…

Dietro quel numero c’e’ tutta una storiaccia di indirizzi sballati e mezza giornata persa in giro per Reggio Calabria quando andammo a trovare quello stronzo di Domenico (che stronzo non e’, ma in quella mezza giornata nelle nostre teste lo fu di brutto…). Le sberle che diedi a Giovanni furono 2, ricambiate alla grande (questo me lo hanno raccontato, perche’ io non ricordo di averle ne’ date ne’ ricevute…) e quella sera a Londra, quella fantastica serata londinese, non bevemmo neanche una birra perche’ ci scolammo mezza cantina a sbafo nel ristorante di Vito, accompagnata dalla migliore vellutata di verdure e legumi mai assaggiata (cuoco italiano ovviamente) e da discorsi filosofici sull’esistenza, l’amore, la mafia e le migliori vellutate mai assaggiate. Senza fermarmi sul ciglio della strada come codice della strada imporrebbe, colto da improvvisa delinquentite da asfalto, compongo il numero 340472….. aggiungo il prefisso #31# per oscurare il numero.

Risponde la voce di un uomo anziano che non parla. Semplicemente urla.

“Chi e’?”

“C’e’ Michele?”. In una perfetta esecuzione di mirroring, urlo come un perfetto coglione anch’io.

“Chi??”

“Michele. Il Drugo.”

“Chi?? Ma chi e’?”

“Mi sa che ho sbagliato numero”.

“Ma chi e’?”

Avrei una gran voglia di dirgli “sto cazzo” e poi riagganciare, ma mi trattiene un innato rispetto per le persone anziane e non lo faccio.

“Mi scusi ho sbagliato numero”

“Ah. Ma vafangul”. Clic

E tosto mi pento di non avergli mancato di rispetto…

Il primo tentativo non e’ andato a buon fine. Provo a cambiare il numero. #31#340402..

Al secondo squillo, risponde il Drugo. Eureka.

“Copas, ma che cazzo succede”

“Da dove mi chiami?”

“Dalla macchina”

“Quale macchina?”

“Di uno che me l’ha prestata”

“Uno che conosco? Aspetta. Non me lo dire. E’ sicura?

“Cinture di sicurezza nella norma, senza airbag e senza ABS, gommata nuova.”

“Vaffanculo”

“Anche a me fa piacere sentirti. Sono contento che non ti abbiano ucciso… ancora!”

“Non e’ il momento di scherzare. Hai capito in che situazioni ci troviamo?”

“Direi proprio di no. L’unica cosa che ho capito finora e’ che non ci ho capito una minchia”

“Mmmh. Meglio cosi’.”

“Scusa, ma tu in tutto questo cosa ci incastri?”

“Discorso lungo. Te lo racconto domani.”

“Domani?”

“Hai un posto sicuro per questa notte?”

“Come quello di ieri”

“Ok. Adesso ascoltami bene. Ricordi il benzinaio vicino alla casa dove abitavamo?”

“Quella a Collesalvetti?”

“Bravo. Ora dietro al secondo benzinaio c’e’ un casale abbandonato. Quando entri sulla destra c’e’ una scala che va al piano superiore. Attento perche’ e’ cadente. Al primo piano c’e’ una intercapedine tra la porta delle stanze. Sopra alla trave portante c’e’ un buco. Dentro troverai un plico…”

“Vuoi dire… IL plico?”

“Si”

“Ma come c… Tu mi devi dire un bel po’ di cose”

“Non ora”

“Quando?”

“Ti ho gia’ risposto. Adesso vai a prendere questo coso e se ci va bene domani sera e’ finito tutto. E… una cosa imprtantissima: non aprirlo. Se c’e’ una sola speranza che io e te ne usciamo vivi, dipende da questo. Non devi aprirlo, capito?

“Ok. Ho capito”

“France’,- il tono si e’ fatto piu’ leggero- Chiamami per darmi conferma appena lo hai preso”

“Va bene” Rimango muto per un po’. Vorrei dirgli che l’ho finalmente scoperto, che e’ un cazzaro, che lui la cubana non se l’e’ mai trombata davvero… E invece riaggancio, inverto la direzione di marcia e torno verso Pisa. La supero e vado verso Vicarello percorrendo la ss206. All’altezza indicata dal Drugo scorgo il rudere, ma non vedo la strada. Devo girare a lungo prima di capire che lo sterrato per arrivarci e’ una traversa dell’arnaccio, una strada perpendicolare alla ss.206. C’e’ buio, ma non e’ un buio pesto. Fermo la macchina e rimango 10 minuti in silenzio per capire se sono solo o se ci sono coppiette in giro. Via libera. Scendo dall’auto e mi diriggo verso la casa. Dentro e’ piu’ tetra di quanto gia’ non temessi … tra fruscii e rumori di tutti i tipi, quattro o cinque infarti rischiati e l’occhio piu’ o meno abituato all’oscurita’ riesco a salire le scale, trovare l’intercapedine e prelevare il plico. E’ leggero. Avrei una voglia matta di dargli un’occhiata, ma il Drugo non e’ mai serio e quando lo e’ e’ perche’ dev’essere cosi’. Punto. Scendo le scale velocemente, salto in macchina e parto in quarta. Chiamo il Drugo.

“Ho il pacco”

“Bene. Domattina alle 10 ci troviamo a Marina di Massa. Tu sai dove. Porta il pacco”

“Ok. Preparati un bel po’ di spiegazioni, perche’ domani voglio sapere tutto”

“Quello che posso. ‘Notte”

Il viaggio e’ piuttosto lungo. Tra curve e tornanti sono in cima alle due. Silvia mi aspetta in piedi. E’ preoccupata. E appena mi vede entrare le vedo cambiare il viso in felicita’. La abbraccio e le do un bacio sulla guancia. Ci buttiamo sul divano e le racconto ogni cosa. Mi frulla in testa qualcosa, un ricordo, una musica di sottofondo, poi m'addormento.

Ho imparato a sognare,/che non ero bambino/che non ero neanche un'età
Quando un giorno di scuola/ mi durava una vita/ e il mio mondo finiva un po' là
Tra quel prete palloso/ che ci dava da fare/ 
e il pallone che andava/ come fosse a motore
C'era chi era incapace a sognare/ e chi sognava già.
Ho imparato a sognare/ e ho iniziato a sperare/ 
che chi c'ha da avere avrà/ 
ho imparato a sognare/ quando un sogno è un cannone,/ 
che se sogni ne ammazzi metà
Quando inizi a capire/ che sei solo e in mutande
quando inizi a capire/ che tutto è più grande
C'era chi era incapace a sognare/ e chi sognava già
Tra una botta che prendo
e una botta che dò
tra un amico che perdo
e un amico che avrò
che se cado una volta
una volta cadrò
e da terra, da lì m'alzerò
C'è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò
 
Ho imparato a sognare,/ quando inizi a scoprire/ 
che ogni sogno ti porta più in là
cavalcando aquiloni,/ oltre muri e confini/ 
ho imparato a sognare da là
Quando tutte le scuse,/ per giocare son buone
quando tutta la vita/ è una bella canzone
C'era chi era incapace a sognare/ e chi sognava già

Postato da: cicatrix a dicembre 05, 2004 14:40 | link | commenti (13)

 
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