Cicatrix

"Dio e' morto, Marx e' morto, e anch'io non mi sento tanto bene..." (W. Allen)

sabato, 09 ottobre 2004

Se e' vero che ognuno di noi ha dentro di se' molte identita', sarei curioso di conoscere le altre del Caramba che ho di fronte. Seguendo un po' di consigli e per mia stessa convinzione dell'ultima ora sto sporgendo denuncia. Furto e minacce. Per cominciare.

L'appuntato che mi apre e' partito con la filippica sulla delinquenza; pare un disco incantato: "prima non era cosi'", "e' tutta colpa degli extracomunitari, non parliamo degli albanesi", "che io mica sono razzista, anzi", "che pero' vengono qua e vengono a scassarci la palle a noi" e che "ci tolgono il lavoro a noi" (questa ancora mancava), e che "bisognerebbe affondarli prima di arrivare" (ci stanno gia' pensando) e "tanto chi se ne fott'". Gli spiego che quelli che sono entrati in casa mia sono quasi sicuramente italiani. Quello mi guarda subito con la faccia cambiata. Ha perso la simpatia. Mi squadra e scorgo nei sui occhi le seguenti conclusioni:

1) Questo rompicoglioni e' un sovversivo comunista: non ha capelli lunghi, anzi non ce li ha proprio, ma si vede dalla barba.

2) Sicuramente si droga a tempo perso

3) Probabilmente se lo fa mettere al culo dal suo amante senegalese... e a lui ci piace

4) e comunque: chi se ne fott'

Accento vagamente napoletano, panza pronunciata, aria scoglionatissima, il caramba mi fissa negli occhi in attesa che io spieghi oltre.  Io non spiego e rimaniamo cosi' per qualche secondo. Lo ribattezzo Appuntato Chisenefott'.

"Vabbuo'. Che facimm nott? Cosa vuole denunziare?". Decido di rispondere solo a domanda, masanno' finimu a schifio

"Furto in casa mia".

"Cognome, Nome e Via?".

Declino in ordine.

"Con destrezza o con scasso?"

"La seconda"

"Cioe?"

"Con scasso..."

"Eh. Allora diciamolo. Cos'hanno portato via?"

"Oggetti personali, alcuni di valore sentimentale...". Magari ci ricavo qualcosa dall'assicurazione. Ma non ricordo nemmeno se l'ho fatta...

"Di che tipo?"

"Bomboniere". Non reagisce.

"E che altro?"

"Un pacco"

"Che ci stava dint stu pacc'"

"Non lo so"

"In che senso?

"Nel senso che non lo so"

"Ah. E che denunziam"

"Che si sono portati via un pacco da casa mia"

"Ah. E che ci stev dint stu pacc'"

"Non lo so"

"Mi stat pigghiand pu cul?"

"No"

"E allo' che ci stev?".

"Se le dico che non lo so, lei ci crede o sospetta che la stia prendendo per il culo?"

Mi guarda fisso. Si prende un secondo e poi risponde:

"La seconda". E rimane a guardarmi fisso con le braccia conserte e l'aria soddisfatta. Molto soddisfatta.

Ormai ho capito che e' un periodaccio, per cui non reagisco neanche piu'. Incasso e continuo. Sta diventando la storia della mia vita...

"In realta' non e' tanto quello che hanno portato via ma quello che hanno combinato alla casa"

"Che hanno combinato?"

"Di tutto, di piu'"

"Cioe'?"

Gli spiego le condizioni in cui ho trovato casa. Lui sintetizza (a modo suo) e trascrive. E commenta...

"Maronn do carmin'. E voi siete sicuro che tutt stu burdell l'ha fatt un italiano? A chi vulit male?"

"Io a nisciun"- involontariamente inizio a prendere l'accento napoletano- "aggiunga a questo che ho ricevuto minacce telefoniche e dirette"

"Da anonimi?"

"No. Da un certo avvocato Luperini"

"Avvocato Luperini? E' un nome che ho gia' sentito. Ma e' mai possibile che un avvocato vi fa tutt sti ccoss e poi vi fa minacce cosi' direttamente?"

"E' successo." Mi guarda perplesso di traverso.Solleva un sopracciglio e socchiude un occhio.

"Avete testimoni?"

"No"

"Adesso mi pare piu' normale. Allora vi potete attacca' a..." -si ricorda in un attimo che indossa la divisa- "dicevo, che ci sta poch' e fa'".

Insisto e firmo comunque la denuncia. L'appuntato Chisenefott biascica qualcosa di incomprensibile mentre firmo. A me pare comunque la mossa piu' sensata (mi rendero' conto dopo che la mossa non e' stata furba... ma in quel momento non potevo saperlo), piuttosto che stare con le mani in mano in attesa che a Salvatore ci vengh da cacare n'atra vota.

Esco, dunque, raggiante dalla caserma carambesca, con un grosso problema per la testa: cosa faro' questa sera? Mi ricordo di Monica, una tipa sui quaranta, moglie allegra di un architetto empolese molto dedito al lavoro (forse troppo). Mi aveva mandato sms criptico: "Il becco e' fuori per lavoro". Le donne. Sempre sottili. La chiamo. Si chiacchiera del piu' e del meno. Solite cazzate. Vado al sodo.

"Senti, ho un grosso affare per le mani. Che ne dici se te lo espongo stasera?"

"Oh, credo di intuire quali affari mi esporrai"

"Beh. Questo e' singolare..."

"Capisco. Guarda ho giusto il tempo di terminare un paio di cose. Vieni tu qui. Solito posto tra un paio d'ore"

Ho il tempo di tornare a casa a farmi una doccia. Sulle scale incrocio la mia vicina di casa che mi saluta velocemente. Ho quasi l'impressione che abbia paura, perche' appena mi vede accellera e abbassa gli occhi. Il terrore delle vecchie zitelle. O forse e' vedova.  Chi se ne fott.

Metto su un Cd. E' un gruppo di giovani irlandesi emergenti e poliedrici. Il cantante si fa chiamare come un figo tamarro di provincia  e il chitarrista tradotto in italiano di chiamerebbe tipo "il limite". Com'e' che si fanno chiamare? U2. Se mi sentisse Tonio che ascolto ancora gli U2 non mi rivolgerebbe piu' la parola. "Oh cazzo, non ti porto piu' a vedere i miei concerti. Cazzo". Comunque l'altra sera a Camaiore sono stati grandi. C'erano qualcosa come un migliaio di persone in gran parte gente matura e musicalmente molto esigente. Io, oggettivamente, di jazz non ne capisco quasi nulla, pero' mi ha lasciato belle sensazioni. Hanno suonato per un ora e poi hanno improvvisato un jam session niente male con un sacco di tizi che se la cavavano piuttosto bene. C'era anche Paco un percussionista paraguaiano con una bella storia da raccontare. Un giorno ne parlero'. Ma non ora. Perche' quando stai infilando le mani sotto la gonna di una topona piu' alta di te, con il fuoco tra le gambe e la mano che ti percorre il corpo esperta e sicura fino al sottoventre, ti slaccia la patta e te lo prende in mano dicendo e adesso parliamo seriamente di questo affarone, facendoti sobbalzare e poi inizia a studiarlo da vicino e ne saggia la consistenza e poi si rialza e ti sussurra delle porcate immani nell'orecchio sinistro mentre ti succhia il lobo in attesa di abbassare il tiro... beh. Chi se ne fott di Paco.

Postato da: cicatrix a ottobre 09, 2004 18:17 | link | commenti (12)

giovedì, 14 ottobre 2004

Mio fratello ha chiamato. Avrei voluto farlo io. Avrei dovuto farlo io. E' triste e penoso parlare con una persona a cui vorresti dire molte piu' cose, ma mentre parli, scopri che le parole non ti escono come vorresti. Di acqua sotto i ponti ne e' passata. Pure troppa. Ci siamo visti diversi mesi fa. Al funerale di nostra madre. C'eravamo tutti ed e' stata l'ultima volta.

Mia madre ha sempre avuto un debole per me. Mio fratello e mia sorella non le hanno mai perdonato questa debolezza. Io ero quello che le ha dato piu' problemi, che non era mai a casa, che e' andato via troppo presto. Ero quello che frequentava la gente che non dovevo frequentare, che non avevo rispetto per la memoria del padre. In nome del padre. Amavo mia madre. Un bene dell'anima. Quando tornavo spalancavo la bocca "a cartone animato" e le dicevo sempre le stesse parole: "Mamma, ma sei bellissima!". Lei mi sorrideva e poi diceva seria: "O Dio mio, quanto sei sciupato. Dammi un bacio e ti preparo qualcosa".  Ci abbracciavamo e io mi sentivo di nuovo a casa. La mia unica vera casa.

Per mio padre ero la pecora nera. Mio fratello e mia sorella hanno sposato le tesi del padre. Diciamo che hanno continuato la tradizione familiare. Un assioma che all'inizio ho sempre contestato (piuttosto aspramente). Finche' i miei congiunti non hanno iniziato a titolarsi con lauree, masters, specializzazioni, rigorosamente col massimo dei voti, lavori con mille appelativi super inglesi, in prestigiose multinazionali leader del settore, che poi significavano tanto potere e tanti ma tanti vaini... Soprattutto il mio fratellone. Io arrancavo, perso in affollate stanze dell'universita' e snervanti tornei di tressette. Del diritto non me ne fregava nulla. Il mio corso preferito si chiamava antropologia uterina. Eppure lavoravo, studiavo quando era tempo di farlo, lavoricchiavo in giro per pagarmi fumo e birra, mi interessavo a molte cose diverse. Ma non ero particolarmente bravo a vendermi la fuffa. Ormai ero la pecora nera. Alla fine mi sono arreso ed ho lasciato che tutti la pensassero cosi'. Tutti tranne mia madre. Una madre non si arrende mai. Lei era l'unica a capire che ero debole. Fingevo di essere forte, ma sapeva quanto soffrissi quando partivo a testa bassa. Attaccavo frontale e sistematicamente mi frantumavo le corna contro la sagacia di mio fratello. Ho imparato a rispettarlo quando invece di disprezzarmi col suo silenzio, ha iniziato ad umiliarmi con le sue risposte. Mi lasciava di stucco, inebetito da cotanta potenza intellettuale. Conosceva ogni debolezza su cui abbattere il maglio della sua arguzia; e lo faceva con una cattiveria cosi' chirurgica che pensavo avesse il bisturi al posto della lingua. Le persone piu' vicine possono essere le piu' velenose. Con gli anni ho imparato a difendermi. Lui tentava di annichilirmi ed io mi difendevo con l'atarassia. "Se non ho passioni - mi dicevo - saro' inattaccabile". E magicamente funzionava. Mia madre e mio padre ci osservavano fin da bambini e spesso prendevano le mie difese: la prima perche' ero il piu' piccolo, il secondo perche' mi considerava meno dotato: "Davide, non infierire su tuo fratello". Ad un bimbo di 7 anni che picchiava il fratellino di quattro, mio padre diceva testualmente "non infierire su tuo fratello". Appare piuttosto ovvio che poi mio fratello sia cresciuto come un perfetto stronzo. Comunque, alla fine sono diventato quasi impenetrabile agli attacchi. Mi difendevo talmente bene da cicatrizzare ogni ferita con rapidita' impressionante e tutto sommato indolore. L'unica a preoccuparsi di questa involuzione interiore e' stata sempre e solo lei.

"Ti stai inaridendo".

"Mamma, davvero mi spiace tu mi veda in questo modo. Guarda sono piuttosto dispiaciuto. Sento la botta". Lei sapeva che mentivo.

Se n'e' andata senza che le dicessi "Mamma, ma sei bellissima". Chissa' se mi ha pensato almeno una frazione di secondo mentre si spegneva. Se mi ha regalato un ultimo pensiero per l'immensa nostalgia che mi ha lasciato in ricordo. Per la solitudine che mi assuglia in certi momenti.

"Devi venire giu' a firmare un po' di carte per le proprieta' di papa' e mamma".

"Senti, Davide, non posso farti una procura? Te la mando via fax e pensi tu a tutto, sai col lavoro...".

"Ti sei scordato che mamma e papa' sono sepolti qui? Ogni tanto potresti venire a trovarli, no? E poi non sono certo il tuo segretario"

Silenzio.

"Va bene scusa". Ho un sussulto. MIo fratello mi sta chiedendo scusa? Guardo il numero di telefono sul cellulare: dice proprio "Davide". Adesso ne sono certo.

"Mi farebbe piacere se tu venissi giu' almeno si fanno due chiacchiere. E magari si sta un po' insieme"

Alla fine volevo quasi piangere. Mio fratello che mi chiede scusa. E mi dice "si sta un po' insieme?". Cazzo. Mai successo.

Ilaria mi guarda perplessa. Sono a casa sua. Le racconto tutto, di getto. Ho voglia di parlare. Sono esaltato, entusiasta. Lei mi guarda ancora piu' stranita.

Probabilmente non mi ha mai visto cosi' contento. Quando sei cresciuto dentro certi schemi alla fine non ti accorgi neppure di essere in gabbia.

La abbraccio e la bacio sulle guance, una, due, tre volte. Lei ha le mani strette sul seno come a marcare una distanza protettiva. Io la stringo e poi la bacio ancora a raffica sull'altra guancia e poi sulla fronte e di nuovo sulla guancia. Lei inizia a ridere forte e mi punta le mani sul petto come a voler scostarmi. Io le sposto le mani con gli avambracci, la stringo in vita con i palmi appoggiati sui fianchi e la bacio sul collo. Lei inarca la testa e si abbandona alle labbra che scivolano dietro l'orecchio. Appoggio il palmo della mano dietro la sua nuca accarezzando i capelli. Mi scopro improvvisamente felice e mi dico: "ormoni in circolo". E penso che e' il massimo del romanticismo che possa sentire. La guardo un secondo dritta negli occhi. La bacio sulle labbra. Ci stendiamo sul letto e siamo ignudi a rotolarci tra le lenzuola. Ho energia. Ho voglia. Lei la sente e l'afferra con tutte le forze. E andiamo avanti cosi' senza inibizioni alla ricerca del limite. Finche' non cadiamo stremati. Nudi alla meta'. Ci addormentiamo abbracciati. Il telefonino che squilla ci sveglia all'imbrunire.

Rispondo rinco per trequarti.

"Signor Cecchetto?"

"Cecchetti, chi parla?"

"Sono l'appundato Ruoppolo".

"L'appuntato chisenefott'"

"Come?"

"No, dicevo, si fa nott. E' un detto delle mie parti... Ma, mi dica mi dica"

"No. Mi dica lei".

"In che senso, appunda'?"

"Mi dica lei, piuttosto"

"MI scusi. Ha chiamato lei. Mi dica lei"

"Io ho chiamato, ma lei mi dovrebbe dire a che gioco vogliamo giocare".

A questo punto per concludere che l'appuntato chisenefott e' completamente svitato. Poi riparte.

"Lei ha sporto denunzia contro un gerto Avvocato Luperini, e' ve'?"

"Esatto. Come l'ha intuito?"

"Non l'ho induito. E' venuto lei a scriverlo sulla denuncia". Non commento.

"E per la ma... remma maiala, avimm fatto delle indagini".

"Fantastico. Questa cosa mi colpisce"

"E avimm scoperto una bella cosa"

"Cioe'?"

"Che l'Avvocato Luperini, buonanima, ci ha lasciato da un paio d'anni. Quindi a me mi pare o che voi ci state pigliando per il culo oppure avet sbagliato tutto"

"Sicuramente la prima"

"Ecco bravo. Allora facit un po' di mente localo e cercate di capire meglio chi dovete denunziare e poi ci facit sape'"

"Va bene, grazie"

"Scusat"

"Si?"

"Ma voi che avete detto? la prima o la seconda?"

"La seconda, appunda'"

Postato da: cicatrix a ottobre 14, 2004 07:21 | link | commenti (3)

martedì, 26 ottobre 2004

Io sono superstizioso. Certo non di quelli fanatici. Non di quelli, per intenderci, che chiamano i maghi in diretta per conoscere l'oroscopo o l'ascendente. E neanche di quelli che si fanno leggere la mano per sapere se hanno il malocchio o che so io. Io sono un superstizioso di quelli che se un gatto nero gli attraversa la strada inchioda, parcheggia e aspetta che passi qualcun altro prima. Tutto qui. O che toccano ferro ogni volta che passa un carro funebre; vuoto o pieno non fa differenza, perche' nel piu' ci sta il meno. Insomma un superstizioso nella norma. E cosi' se qualcuno mi fa gli auguri, per un riflesso condizionato con la destra gli stringo la mano e con la sinistra mi gratto le palle. Con studiata non-chalance, certo.

"A cosa pensi?".

"Alla pioggia. La pioggia mi piace perche' mette tristezza".

Para Machuchar Meu Coraçau. Vado piano e guardo fuori dal finestrino, in lontananza, verso le alpi apuane e le cave marmoree di Carrara. Le nuvole le ricoprono, ma le immagino sempre un po' bianche che pare abbia nevicato e invece e' la roccia nuda. 

Stiamo tornando dalla Liguria, da Lerici, da Porto Venere. Io e Ilaria. Passiamo diverso tempo insieme. Soprattutto durante la settimana. Un po' meno nei week end. Siamo due tipi strani. E cosi' quando viaggio per lavoro, come spesso capita nell'ultimo periodo, cerco di tornare a casa la sera, magari per prendere qualcosa da bere insieme e "fare due parole" come le piace ripetere. Anche due o tre ore di viaggio e poi ripartire la mattina prestissimo. Mi piace farlo perche' non me lo ha mai chiesto.

La scorsa settimana sono finito in Puglia. Ne ho approfittato per fare un salto nel Salento a salutare la mia vecchia famiglia. Ormai sono un nucleo familiare singolare e autonomo. Visto fratellone e sua moglie Miss Mondo (una super topolona che se non fosse la mia carissima cognatina ci avrei fatto piu' di un pensiero e magari anche qualcosa di piu' pratico...). Visti nipotini sguscianti e casinari. Ho avuto il dubbio piacere di un invito a cena a casa del boss. Io, il fratellone e la fratella, cioe' la mia sorellina, anche detta la Cozza Munacedda: Munacedda perche' parla e si comporta come una santerellina coi voti e Cozza perche' esprime la belta' di un mitilo scrafazzato da un'autospurgo pieno di merda. Anche lei si e' fatta davvero una bella famigliola. Insegna a scuola e da ripetizioni. Considerando il percorso di studi, mi pare uno spreco. Il marito e' una sorta di scimmia gobba e pelosa che madre natura ha dotato della vitalita' e la goliardia di un lemure strabico che non dorme da una settimana. Ha un ottimo lavoro in municipio. Credevo pulisse i cessi o che stesse agli sportelli (che per me non fa differenza, sebbene su un'ipotetica scala di valori credo sia piu' vario il primo). E invece ti scopro che ha addirittura un ufficio tutto suo. Mi fa capire che la cosa e' piuttosto importante. Io lo guardo per dieci minuti buoni perche' non ho colto. Cosi' insiste: "sai un dirigente comunale ha bisogno di privaci" (ha detto proprio "pricavi"). Continuo a guardarlo in silenzio ma questa volta a bocca aperta. Poi cambia discorso. E mi racconta che e' impegnato in politica.

"Sono nella maggioranza da oltre venti anni". Lo guardo di nuovo in silenzio, a bocca aperta e cerco di farmi scendere la bava all'angolo della bocca. Metodo Stanislawsky. Poi decido di darmi un contegno e penso cazzo, fai il serio qualche volta. Mi dico proprio cosi' cazzo (Devo smetterla di dire cazzo in continuazione, cazzo). Decido, dunque, che e' arrivato il momento di dare una svolta alla conversazione.

"Bravo, la corenza e' la dote principale di un politico d'opposizione. Tu quanti partiti hai cambiato?"

Stavolta e' lui che rimane a bocca aperta. Un attimo prima di profferire le parole magiche (non ho capito), la cognatina sveglia prende il controllo:

"Amore, mi passi il pane? Ragazzi, era da un pezzo che non riuscivamo a stare un po' di tempo insieme. Doveva arrivare il nostro caro Cecco per ritrovarsi..."

Poi mia sorella inizia a parlare del nuovo parroco e del papa e del vescovo e dei parrocchiani dispiaciuti per il vecchio prete che e' andato in pensione:

"Te lo ricordi don Luigi?"

"Quello che picchiava i bambini?"

"Ma no. Quello era don Armando. E poi non li picchiava. Lui era un educatore. Oggi non c'e' piu' nessuno che lo faccia e guarda che costumi e che mondo. I bambini crescono senza rispetto. E insomma ti dicevo di don Luigi. Ma te lo ricordi don Luigi?"

In mezzo a tutto questo entusiasmo incontenibile noto che la cognata mi guarda e sorride. Mi pare una brava personcina. Dotata di spirito e di tette. Ma e' la moglie del fratellone. Al caffe' il discorso scivola sull'amarcord e sui nostri genitori. Il lemure e' ancora perso dietro il significato delle parole. Io non ho ancora detto a mia fratella se ricordo o meno don Luigi, mia cognata continua a sorridere e per un attimo, solo per una frazione di secondo, penso che mio fratello sia un uomo fortunato.

Poi squilla il telefono e sono dalle parti di Viareggio. E' il Drugo.

"Devo parlarti. E' urgentissimo".

"Copas, il tuo concetto di urgenza richiama quello di culi e/o di tette: a quale delle due ti riferisci?"

"Ovunque tu sia fai in fretta. Mi trovi a casa tua. Vieni solo". Poi riattacca.

"Chi era?"

Sorrido. "Era il Drugo. Mi vuole fare uno scherzo. Ti riaccompagno a casa".

Postato da: cicatrix a ottobre 26, 2004 20:38 | link | commenti (3)

 
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