Cicatrix

"Dio e' morto, Marx e' morto, e anch'io non mi sento tanto bene..." (W. Allen)

lunedì, 13 settembre 2004

Uhm... Vediamo. Una BlogBiografia o un BlogDiario che chiamar si voglia sono un'esperienza nuova per me che ho riempito fogli e quaderni di scritti, inchiostri e colori... e poi all'improvviso ho smesso.... riprendere... clink clank ruggine accumulata... posso scrivere quello che voglio.... non e-mail stupido-comunicative di lavoro... niente italinglese... plan, feedback, core-business, kickoff, training, patapim e patapam! Wow figo! inizio a gasarmi.... ehm bene.... direi che si puo' iniziare....

Stavo pensando che l'Io scrivente non è esattamente la stessa persona che vive la sua vita e le sue emozioni. In primo luogo perche' tra "vivere le emozioni" e "descrivere emozioni" c'e' un abisso, poi perchè esiste una limitazione derivante da scarsa vena e/o da mediocrità espositiva.

Vabbè. Bando alle ciance.

Stamattina mi sono preso una giornata libera dal lavoro: ho fatto un pò di giri 'burocratici'. Sono andato in Banca, ho attivato un paio di carte di credito (altrimenti come faccio a spendere più in fretta i soldi), sono andato a prendere dei documenti in giro, ho stirato un pò la mia Motorazza (appellata con taaaaanta originalità.... [buuuuh!!] 'La Poderosa'). Mangio in fretta nell'IperMercato di Navacchio mentre mi guardo qualche FotoKamera digitale ultima generazione. Squilla il telefono. Azzanno il panino alla mortazza e frugo con la mano sinistra nel tascone destro dei pantaloni; la mano destra regge nell'ordine: kasko, occhiali, giubbotto. Scena patetica. "Chi cazz è?". E' Giulia! "cazzo non rispondo.... ma se non rispondo sono cazzi...mi tampina di chiamate fino al 2015... vabbè rispondo...sono senza palle... coscienza del cazzo..."

"Ola, Giulia", butto giu' il boccone mentre mi strozzo facendo una risatina finta come le tette della Parietti.

"Dove sei?". Incazzata andante.

Finto e dribblo stretto: "Io bene, grazie. E tu? Eh, e tu? Che mi dici? Da quanto tempo... Che mi racconti?"

"Non fare lo stronzo. Ti ho chiesto dove sei". Riacchiappo il telefono sgusciante al volo.

"Oh senti Giulia, sono al lavoro". Adotto uno stile più aggressivo: "Anzi, direi proprio che se sei incazzata ci sentiamo dopo". Aumento di due tacche l'aggressività: "Credo, anzi, che noi due dovremmo parlare seriamente e raggiungere un accordo equo e soddisfacente per ambo le parti, perchè...". Sento il trac della chiamata abbattuta.... mi ha riattraccato in faccia. Salvo.

"'Ambo le parti'... ma come parli?". Mi giro. Giulia e' di fronte a me: tradimento alle spalle!

"Giuuuliaaaa! Che sorpresa". Sorrisone e faccia da culo delle grandi occasioni.

"Smettila di fare il coglione. Come stai?". Sorride sincera e mi da un bacio sulla bocca mortadellosa. Mi pulisco d'istinto con il tovagliolo del panino. Errore.

"Fino a qualche giorno fa, invece di asciugarti la mia saliva sulla bocca, mi saltavi addosso". ma poi sorride di nuovo. Sto al gioco e stavolta le sorrido imbarazzato e sincero.

"Vieni, accompagnami a fare la spesa".

Mi prende casco, occhiali e giubbotto dal braccio, li posa sul carrello e mi precede in direzione reparto latticini. Mi fermo una frazione di secondo in più per guardarle le chiappe sotto quei jeans studiati esattamente per lei , scoloriti finto-vintage al posto giusto. Sorrido e la seguo.

"Certo che se qualcuno mi chiedesse perchè perdo tempo con te....". Silenzio.

"Ok. Se qualcuno ti chiedesse perchè perdi tempo con me?".

"Gli direi che non lo so".

"Risposta profonda e sensata"

"Sai cosa mi fa incazzare di te? Che puoi decidere di comparire e scomparire quando ti pare. Ecco. Avevo deciso di non chiamarti piu'. Giorni interi a chiamarti, tu non mi rispondi, io che sto male, ho anche pianto di rabbia, e poi cosa mi fai? Ti presenti cosi' in un centro commerciale...".

"A sentire te sembra quasi ti stessi pedinando..."

"... e come al solito mi propini le tue balle. Non dovrei più rivolgerti la parola". Ancora un sorriso ironico, ma non cattivo. Triste.

E poi inizia a ripercorrere i "lunghi giorni tra una telefonata e l'altra", "l'umiliazione" di dover telefonare e ritelefonare a me ("si, proprio a te, brutta merda..."), le emozioni provate, "come fai a non provare le stesse sensazioni che ho provato io", "come si può rimanere così indifferenti, freddi e distaccati... io proprio non lo concepisco". Dice che capisce la mia "situazione", che sapeva dall'inizio, che i patti erano chiari "certo ma, però, una poi si innamora...", "ma non preoccuparti che non sono innamorata. E anche se fosse poi mi passa, anzi, guarda, mi è già passata, me ne vado in giro con te come nulla fosse". Io sorrido alle sue battute e non parlo. Non ne ho voglia. Intanto, terminata la spesa, siamo già scesi dalle scale mobili e siamo alla sua macchina nel garage coperto.

"Vieni a prendere un caffè a casa mia".

"Giulia, non so se è il caso. Dopo tutto quello che mi hai detto... mi sento come una macchina allo sfasciacarrozze... dopo il trattamento...."

"Guarda che non ti ho detto 'vieni a scoparmi a casa mia'". Mi passo la mano sugli occhi.

"Ok -dico serio- Il caffè lo faccio io, però".

Ancora quel sorriso triste. Mi dice: "Ci vediamo a casa" e parte.

Io la saluto con la mano, poi vado verso la moto. Mi risuona in testa un verso di Montale:

Meriggiare pallido e assorto/ presso un rovente muro d’orto,/ ascoltare tra i pruni e gli sterpi/ schiocchi di merli, frusci di serpi.

E me ne torno a casa.

Cicatrix

Postato da: cicatrix a settembre 13, 2004 16:28 | link | commenti (5)

martedì, 14 settembre 2004

L'incontro di oggi mi ha messo su una sensazione di abbandono. Ho deciso di lasciarmi andare e giro ignudo per casa senza voglia di fare nulla se non stravaccarmi sulla poltrona e poltrire: se squilla il telefono, non rispondo; se suonano alla porta, non apro. Trascorrerò il resto della giornata guardando la tele e leggendo un libro. Rifletto sugli ultimi eventi, butto giu' un paio di Rum Matusa15 e mi faccio sgonfiare le palle.

Sopravvivo. E penso. Metto su un po’ JazzSamba, che ce n’ho bisogno di brutto…

Tutto sommato faccio una vita che mi piace, ho un lavoro che non mi piace, abito in una città che mi garba: ce n’è da essere soddisfatti e incazzati in misura equilibrata.

Ogni tanto mi capita di incontrare gente come Giulia: bionda, stronza come una ballerina bulgara ambiziosa e affamata, con l’unica differenza che lei non è bulgara, non fa la ballerina ed è sull’orlo della bulimia. Ci siamo trovati per caso grazie ad amici comuni, solita festa, abbiamo bevuto qualcosa, siamo andati a casa sua, abbiamo trombato.

Fine della fiera. Almeno credevo...

Non che la sua bocca carnosa mi lasci indifferente; ma non mi torna il trasporto, meglio, la totale assenza di trasporto, il meccanicismo che regola i nostri fugaci incontri: bere, parlare di cazzate, scopare. Forse mostro scarso entusiasmo di fronte alla felicità o almeno di fronte a questo tipo di emozioni. Forse per via di un innato senso di colpa, retaggio di un’educazione spiccatamente italo-meridional-cattolica: rifuggere i piaceri terreni, sperare nell’altro mondo. Mi viene da ridere. Comunque per quel che mi riguarda, di fronte al dilemma dell’uovo e della gallina ho deciso di farmi l’uovo fritto. Ma non lo dico che a me stesso, per evitare che gli dei se ne accorgano e, invidiosi come sono, mi puniscano severamente. Ecco qui: la solita storia della iubris divina (se ricordo bene un concetto da tragedia greca...).

Dicevo dei pompini di Giulia (mmmh un bel salto concettuale...). In fondo è una brava ragazza. Davvero in fondo, certo, ma non è facile scegliere di dedicare la propria vita a fare beneficenza. Bisogna prendere atto che la nostra è una situazione di mutua donazione, di reciprocità. Come tutta la beneficenza c’e’ sempre uno scopo ben preciso dietro: aiutare il prossimo (fine nobile e ultimo), mettere la propria coscienza a posto (sono ricco, mi sento un po’ in colpa, ma faccio beneficenza, cazzo!), far notare al prossimo che la generosità è al centro della propria vita, partecipare a serate mondane di una certa ‘importanza’, godere di benefici fiscali rigorosamente raccomandati dal commercialista. Ecco, in tutto questo, cosa c’entra l’Amore?

Sbadiglio e poi decido di decidere di uscire. E cosi’ faccio.

Apro la porta e ti trovo davanti la mia vicina di casa settantenne che mi osserva impassibile.  Le sorrido radioso e finto come una una scarpa di Prada sul bancone di un marocco: “Buonasera, signora”, ma intanto penso “Cazzo ci avrà da guardarmi” e immediatamente mi ricordo del mio inconfondibile stile neo-naked. Figura di merda. Rosso peperone rientro in casa, mi guardo allo specchio, scuoto la testa con una sana dose di autocommiserazione. Metto su qualcosa di piu’ ‘pesante’ di un boxer e stavolta esco davvero. La Poderosa ha voglia di andare ed io la lascio scorazzare libera. Mi porta a Pontedera. Alla fine del corso (o forse all’inizio) c’è il Bar di Luca, un ragazzo che sa dare del tu alla menta; si fa rispettare; la pesta come si merita nel mortaio di legno, insieme alla giusta dose di lime, zucchero di canna, pezzi di limone, ghiaccio e rum: un mojito da Bodeguita. Siamo diventati amici. Lui mi vede da lontano e inizia a preparare l’attrezzatura. Io arrivo strofinandomi le mani, col sorriso a 32 denti; palato pregustante in festa, le dita in movimento pronte ad afferrare il bicchiere colmo. Figata. Mi siedo e me ne scolo buona parte. Capolavoro. Uso le cannucce tagliate come bastoncini cinesi per accaparrarmi i pezzi di limone intrisi di menta. Godo come l’Orso Yoghi davanti al cestino della merenda. Stiro le gambe soddisfatto. Accendo il telefono. 4 sms: 2 dal lavoro, 1 di pubblicità, 1 di S-Tony (il mio amico musicista...). Squilla il telefono. Spengo il telefono; faccio un segno a Luca: meglio un altro mojito…

Postato da: cicatrix a settembre 14, 2004 00:08 | link | commenti (3)

sabato, 18 settembre 2004

Un paio di giorni in giro. In lungo e in largo per il nord italia. Mercoledi' ero in Veneto via Bologna e poi Milano. Ho incontrato un tizio fortissimo: ha 50 anni, fa il consulente aziendale. Racconta di essere ricco di famiglia. Recita benissimo, sa un sacco di storie. Sgrana aforismi zen a raffica e sostiene di essere follemente innamorato della moglie. Si chiama Dario, e' milanese di nascita, veste piuttosto male, indossa cravatte improponibili, fuma come un turco incazzato. Ed e' un'ottima forchetta.

Due sere fa abbiamo cenato insieme in un ristorante milanese, di quelli con servizio apparentemente impeccabile, cucina di medio livello e clienti poco rumorosi. Abbiamo discusso di cucina e buoni vini, di viaggi, inevitabilmente di lavoro. Gli ho chiesto in cosa crede una persona che lavora mediamente 12/13 ore al giorno per 20 anni.

Lui mi ha sorriso e poi ha iniziato cosi':

"Vedi, caro il mio Francesco, che crede di saperla lunga" - mi ha strizzato l'occhio, ha fatto un lungo respiro, si e' guardato intorno e poi ha proseguito serio - "A vent'anni lavoravo sodo perche' volevo diventare qualcuno: ero convinto che avrei spaccato il mondo. A trenta mi sono accorto che la realta' era piu' dura dei sogni e che per andare avanti solo con le tue gambe devi essere o molto fortunato o molto, ma proprio molto bravo. A quaranta ero irrimediabilmente disilluso e raggiunta una soglia era piuttosto difficile andare avanti. A cinquanta sono felice. Prima lavoravo per il gusto di emergere. Poi per il potere. Poi per mantenere la posizione. Adesso non me ne frega un cazzo e mi diverto".

L'ho guardato pensieroso e gli ho detto: "Scusami, Dario, ma se sei ricco di famiglia e sei pazzamente innamorato di tua moglie, perche' te ne vai in giro a lavorare invece di goderti la vita per conto tuo, che so, banalmente, su un isola dei caraibi?"

Ha sorriso ed ha risposto: "Perche' non sarei piu' me stesso".

Ho cambiato discorso. La risposta mi e' sembrata non all'altezza dell'immagine che mi ero fatto di lui... La butto giu' qui perche' non voglio perdere l'occasione di pensarci su... adesso ho sonno. settimana di lavoro intenso... serata allegra con un po' di amici. un paio di bicchieri di fil di ferru sardo... come dicono loro? Eia!

 

Postato da: cicatrix a settembre 18, 2004 02:13 | link | commenti

Stamattina appena in piedi ho pensato, non so perche', che non ero mai stato ad Arezzo.

Ho preso un caffe' e senza pensarci troppo sono saltato sulla moto e ci sono andato. La giornata era bellissima e le due ore di asfalto si conciliavano coi miei pensieri.

Inevitabilmente il pensiero e' tornato ai discorsi con Dario. Perche' la gente (me compreso) trascorre anni e anni regalando il proprio tempo ad altre persone? perche' lo fa ben oltre il necessario? perche' si corre dietro ai soldi e poi non si ha mai il tempo di goderseli davvero? perche' per i soldi si dimenticano le cose piu' importanti?

Dario: "Ho lavorato in diverse multinazionali: una alimentare, l'altra automobilistica, altre di servizi. Ho fatto il responsabile commerciale, il direttore marketing ed altre menate simili. Ho capito che le aziende sono tutte uguali. Tutte hanno obiettivi ritagliati su misura per il top management; abiti di sartoria, un vestito da sposa che puo' indissare giusto la proprietaria... loro se li auto-pongono e poi li auto-raggiungono: e automaticamente incassano soldoni in quantita' industriale. La maggior parte di loro salta da un'azienda ad un'altra giusto in tempo per mollare la patata bollente a qualcuno piu' sprovveduto. Questo cazzo di top management lavora per se' e molto spesso il frutto delle loro stronzate sono dipendenti 'in esubero'; capisci? le cose non funzionano? tagliare i costi! il direttore generale e l'amministratore delegato rischiano di non raggiungere l'obiettivo? si manda a casa qualcuno che non conta nulla... capito?"

"Chiaro. Ma, non per deluderti... non mi stai raccontando nulla di originale"

"Cin, cin"

Alzo il mio bicchiere mezzo pieno e giu' una sorsata di Chianti. Ha ignorato il mio commento.

"Ad un certo punto, ho capito che avrei fatto piu' soldi vendendo esperienza al miglior offerente. Insieme ad un paio di amici abbiamo tirato su questa societa' di consulenza. Raccontiamo alle aziende quello che vogliono sentirsi dire".

"Un mix di teatro e slide grondanti buon senso..."

"Qualcosa del genere. Ci pagano e ricominciamo"

"Regalare cinque giorni a settimana a decine di sconosciuti, sentire i propri figli al telefono un paio di minuti tutte le sere, tornare il venerdi' con un giocattolo piu' costoso della settimana precedente"

Ha sorriso guardando il suo bicchiere mezzo vuoto: "Qualcosa del genere".

Ho pensato che l'affondo era fuori luogo. Ma in definitiva la sua e' una scelta volontaria a tutti gli effetti: e' la sua vita e avevamo tacitamente deciso di parlare liberamente, senza sovrastrutture mentali e giochi di ruolo. Come si fa solo con gli amici veri e i perfetti sconosciuti.

Eccomi ad Arezzo. Citta' incantevole. Ho passeggiato per Corso Italia fino a Piazza Grande (non ricordavo che fosse la piazza del film di Benigni, La vita e' Bella), poi fino alla Fortezza, la Cattedrale (ristrutturazioni in corso) e di nuovo in Corso Italia attraverso le stradine del Centro Storico. Sono entrato in una trattoria che spirava i miei appetiti primordiali. Si chiama Il Saracino: conduzione familiare, ragazza ai tavoli simpatica anche se un po' distratta (mi ha portato il dolce prima del primo....), ottime zuppe, carta dei vini onorevole, ambiente rilassato. Ho fatto un'altra lunga passeggiata e ho preso la via del ritorno. C'e' un plico nella buca delle lettere. Niente mittente. Sulla porta di casa, invece, una scritta trasversale che fara' crollare definitivamente le mie quotazioni con l'anziana vicina di casa: "stronzo" a caratteri cubitali e spray indelebile. Tradizionalissima lettera di insulti sotto la porta, carta inondata di profumo femminile. Quello di Giulia: la solita perfezionista...

Postato da: cicatrix a settembre 18, 2004 22:08 | link | commenti (5)

martedì, 21 settembre 2004

Sabato sera. Squilla il telefono. Suoneria di Vasco.

"Come staaaai? (di merda, grazie) Ti distingui dall'uooooomo comuuneee (e' una domanda?) Ti piace vivere come seeeei (a saperlo...) e vuoi rispondere solo a teeeeeee (e al Drugo, che mi sta chiamando...)"

"Pronto Copas". E' il Drugo, appunto.

"Oh Copa' che fai?"

"Rientrato adesso da Arezzo"

"Arezzo? Che cazzo ce sei annato a fa' a Arezzo?"

"Pippe"

"Ah bravo. Te mantieni 'n' allenamento. Stasera?"

"Pippe"

"Ok allora te passo a prenne' tra mezzora"

"No. Non ci ho voglia"

"Ma se ancora nun t'ho detto 'n cazzo..."

"Ecco appunto. Nun ci ho voglia uguale"

"Vabbe'. Tra un quarto d'ora sto sotto a casa tua"

"Vabbuo', allora se vieni sotto a casa mia non mi posso esimere"

"Vai in culo"

"Magari tra mezzora ti ci accompagno"

"Ok. Mezzora. ar massimo, pero'"

MI apro una birrozza e mi stendo sul divano.

Penso che dovrei richiamare un po' di persone che non sento da un pezzo... Mio fratello, per esempio. Da quando mia madre non c'e' piu' ci siamo sentiti appena due volte. Cazzo se mi manca. Eppure ogni volta che decido di chiamarlo mi blocco all'improvviso, lo stomaco si stringe, l'orgoglio mi blocca le dita e la memoria diventa tabula rasa. Alla fine dico sempre: "Lo faro' un altro giorno". Proprio come adesso.

Mi faccio una doccia. Mentre canticchio il solito ritornello di Vasco (sto imparando ad odiarlo...), squilla il telefono, due, tre volte... a lungo... ma sono sotto la doccia, non rispondo.... poi suonano alla porta.

"Arrivoooooo".

Indosso al volo un accappatoio.

"Copas, ti avevo detto almeno mezzora, cazzo". Apro la porta. Ho appena il tempo di vedere le nocche di una mano ed un anello con croce partire spedito verso la mia faccia... ho solo il tempo di pensare che si fara' un male cane contro il mio setto nasale e scarto d'istinto. Lo scanso. C'e' un tizio molto arrabbiato con me. E non capisco perche'!? "Macche' cazz...". Una ginocchiata di riporto dritta nello stomaco mi costringe a piegarmi come un mobiletto multiuso foppapedretti. Mi appoggio con la faccia alla spalla del tizio e mi preparo al dolore. Chiudo gli occhi. Vorrei dirgli che usa un profumo di merda, ma non ne ho il tempo perche' quello mi rifila una gomitata dritta sulla tempia destra.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni / un alber che trovammo in mezza strada, / con pomi a odorar soavi e buoni.

Gli ho detto: "Faccia da culo". E poi non ricordo piu' nulla.

Ho riaperto gli occhi col Drugo che mi stava riempiendo di sberle, teoricamente per farmi risvegliare. Sono riuscito a fermarlo prima di svenire di nuovo.

"Ecchecazzo".

"Seratina di pestaggi? Ao' ma chi era quello"

"Tra una sberla e l'altra non ci siamo presentati". Mi tiro su a stento.

"Pensa che maleducato. Uno entra 'n' casa, te mena e neanche se presenta"

"Non mi stava menando..."

"No certo...."

Mi guardo allo specchio per verificare eventuali segni permanenti: "...mi stava massacrando...". Nessun segno evidente.

"Meno male che so' arivato 'n tempo..."

"Ma dov'e'?"

"E' scappato 'sto stronzo. L'ho visto che te corcava. Je so' arivato alle spalle e jo dato 'n carcio sulla schiena. Jo detto: "Ao'!". Quello s'e' girato e jo ddato na pezza... poi 'n' carcio nee palle... s'e' piegato e m'ha spinto de lato. Io so' scivolato e quello m'e' scappato. Ho provato a 'nseguillo ma gniente. Coreva come 'n fijo de na mignotta".

"E certo con quella panza..."

"Vabbe', aaaah coso, la prossima vorta je do na mano... a lui"

In realta' non mi ha fatto granche' male. A parte le ferite di altro tipo che ti puo' lasciare un tizio che entra in casa tua e ti mena... oltre a qualche dubbio sul perche' uno debba entrare in casa a menarti...

"Ma che voleva?"

"E a me lo dici? Magara e' lo stesso che t'ha scritto sta cosa simpatica sulla porta.... E certo che un po' de ragione je la posso pure dare..."

"Sono due cose distinte"

"E che ne sai"

"Lo so e basta"

"Allora chiamamo i Carabbigneri"

"No. Lascia stare. Sara' stato un drogato...".

Il Drugo mi ha guardato perplesso e mi ha detto con gli occhi che la cosa non gli quadra.

Ho lasciato cadere la cosa e, visto che non avevo nulla di rotto (ma un insieme di dolori sparsi), mi sono rivestito e siamo usciti (giusto in tempo per vedere lo spioncino della mia vicina di casa richiudersi repentinamente al nostro passaggio).

"Mo parlamo serii. Che e' successo? Cos'e' sta storia della scritta e de questo che te stava a mena'?"

"Dammi una sigaretta".

Il Drugo mi smolla una delle sue superdotate. La spippo a fatica e dopo due tiri la butto via.

"La scritta e' di Giulia".

"Giulia? Ma chi quella che hai conosciuto da Giorgio?"

"No. Quella della festa da Aldo e Chiara"

"Ah. Ho capito. Embe'?"

"Embe'?! Non lo so gli e' presa cosi'. Punto".

"No. Dico: e tu non pensi che possa essere stato qualcuno mandato da lei?"

"No."

"Perche'?

"Perche' no."

"Adesso mi e' piu' chiaro"

Arriviamo in un posto fuori Pontedera in aperta campagna dalle parti di Palaia.

Mi accorgo di aver lasciato il cellulare a casa. Pazienza.

"Dove mi hai portato?"

"Aspetta e vedrai"

Il posto e' tetro. Ci sono candele e ceri dappertutto.

Non mi ispira granche'.

La musica che arriva da dentro e' una qualche cagata techno. Alla porta c'e' un tizio grosso come un armadio a tre ante che ci guarda e saluta Il Drugo. Entriamo. Il salone e' illuminato malissimo. C'e' il bancone del bar al centro e una massa informe di assetati intorno. Gente seduta. Gente che balla. Una tizia bassina e abbronzata si avvicina al Drugo sorridente. Si arrampica, lo abbraccia e lo bacia. Poi tocca ad una mega topona di cui ricordo le tette ma non il colore dei capelli; gli afferra le gote e le stringe come faceva una tizia amica di famiglia con me e mio fratello da piccoli: io la odiavo, ma da questa qui mi farei fare di peggio. Scattano le presentazioni. La tipa che mi garba si allontana e la seguo con gli occhi.

Morgana, quella bassina, si dimostra simpatica e dotata di ferree chiappe; ci presenta altra gente. Alcuni sono bolognesi o comunque emiliani; ci sono altri tipi di perugia e altri di non so bene dove.

Poi dopo una serie di giri di cazzate torna la tipa tettolona con le birre. A parte la musica, l'atmosfera inizia a piacermi.

MI avvicino col sorriso traverso stile Fred Buscaglione: "Com'e' che ti chiami?"

Mi guarda un po' di sbieco: "E tu?"

"Ah, L'ho chiesto prima io". Sorriso a 32 denti.

"Ma che bella conversazione". Gira i tacchi e mi lascia li come un perfetto coglione.

"Si chiama Tiziana". Una bella figliuola dai capelli un po' mossi spuntata dal nulla.

"Simpatica". Smonto il sorriso pietrificato.

"E' una stronza"

"No!? Ma davvero?"

"Vedo che vi siete gia' conosciuti. Noi si fa un giro di la'. Ci vediamo dopo".

Morgana e Il Drugo si allontanano. Io rimango con la tipa e la gente di bologna (o insomma emiliani) e i perugini.

Ci sediamo e tra un mio giro di rum e una loro tirata mi raccontano delle peripezie per arrivare alla festa, di come hanno conosciuto Morgana (che scopro essere la padrona di casa) su Internet e di come l'hanno incontrata in vacanza a Viareggio:

"saranno quattro anni?";

"ma no sono cinque";

"ma no che sono quattro";

"ricordati di alessio: sono cinque";

"hai ragione. ma se c'era alessio allora e' ancora prima..."

"E tu come l'hai conosciuta?"

"Praticamente due... ma no... al massimo tre minuti fa". Risata collettiva. Danno soddisfazione questi ragazzi.

Scopro che nella vita fanno gli imprenditori, i commercianti, gli architetti.

"E tu che fai?"

"Io l'avvocato pentito". E giu' un'altra risata.

Poi mi raccontano cosa faranno quest'inverno e quanto nevichera'. E intanto iniziano a pianificare anche le vacanze primaverili, interrogandosi sui grossi problemi derivanti dalle guerre scatenate "dai terroristi islamici" e su quanto sia pericoloso andare a Sharm con queste compagnie di voli charter.

Gli dico: "certo che son problemi grossi"

mi guarda uno di loro (l'architetto con una camicia bianca di marca) e mi fa: "Puoi dirlo forte"

Decidono di andare a ballare e rimango fatalmente solo con la tipa dai capelli un po' mossi.

Mi guarda e sorride: "Eh si. Sono problemoni!"

Le sorrido, ma prima di poter parlare arriva Il Drugo trafelato:

"Andiamo"

"Ma come andiamo? siamo arrivati da neanche un'ora"

"Ti dico andiamo. Senti a me"

Sento delle urla in lontanza. Guardo la ragazza dai capelli un po' mossi:

"Devo andare... vorrei dirti che e' stato un piacere..."

Sorride: "Piacere mio"

Il Drugo intanto e' corso fuori. Sento un urlo "pezzo di merda, t'ammazzo"

Guardo la tipa: "E' proprio seratina. Senti questo e' il mio biglietto da visita. Alla prossima"

Lei mi guarda perplessa. Io ci penso e poi mi rendo conto della cazzata.

Pazienza ormai la figuraccia e' fatta. Mi diriggo verso l'uscita senza voltarmi.

Non faccio in tempo ad entrare in macchina che Il Drugo e' partito in quarta mentre un gruppo di personcine tra il faceto e l'incazzato andante sono corse fuori alla evidente ricerca del mio amico.

"Che e' successo?"

"Niente"

"Capisco. Gli amici ti volevano salutare?"

Mette su la radio

"Solo una mano"

Taccio.

"Dico. Che sara' mai. Mi e' scappata, cazzo". E giu' una disquisizione sulla liberta' sessuale e le finzioni del nostro tempo e i desideri delle donne e gli uomini senza palle e ancora e che sara' mai una mano sul culo e cos'e' questo rigurgito da santa inquisizione e che...

arrivati a casa insiste per accompagnarmi dentro per vedere se tutto e' apposto:

"Non si sa mai"

"Ao' non e' che ti e' andata male con la tipa e..."

"A frocio te piacerebbe!"

"Mah, sai, non sei il mio tipo, fustaccione"

Ci scoliamo un paio di birre e si fanno due chiacchiere sulla serata e sui sospetti intorno alle 3 Il Drugo va a dormire ed io sono solo in casa.

Sento il bip di un sms e cerco il telefonino dappertutto.

Ho tre chiamate senza risposta (anonime) ed un sms: "Gentile Avvocato-pentito, usualmente la gente si presenta diversamente. Ma tant'e'. Piacere, io mi chiamo Ilaria".

Postato da: cicatrix a settembre 21, 2004 01:00 | link | commenti (4)

venerdì, 24 settembre 2004

"Si.... pronto.... chi .....". clic. Mi ha riattaccato di nuovo.

E' notte fonda, ma qualcuno evidentemente non ha sonno....

Mi fa male la testa e un po' di ossa.... chissa' perche' i dolori dopo uno sforzo fisico o una sana bastonata come quella dell'altra sera si fanno sentire particolarmente dopo due giorni....

A parte i dolori mi fa male sapere di avere nemici, qualcuno che ti odia e non sai perche', qualcuno che pensa di farti del male quando tu stai pensando solo alla tua vita e rispetti perfino le formiche per terra...

Ieri sera ho rivisto per un po' piu' di mezzora Ilaria. Mi piace. E' spiritosa e velenosa al punto giusto. Era incazzata come una "iena-non-ho-una-sega-da-ridens". MI raccontava che in ufficio le hanno dato la 'scheda di valutazione".

Ho attaccato: "La pagellina?"

"Si, qualcosa del genere. Con la differenza che qui se prendi un bel voto ci scappa qualcosa"

"Cioe', trombate col capo?"

"Ma che dici? E insomma ti dicevo che questi sono completamente svitati di lampadina. Secondo me scrivono sta roba col dizionario italiano-idiota; idiota-italiano, hai presente?"

"Come no?"

"Sai cosa mi hanno detto? Lei e' una persona estremamente cretiva ed assertiva; denota motivazione al ruolo e rigoroso impegno professionale; ma a volte tende a scadere in polemiche gratuite... Ma ti rendi conto?"

"Vai da Biscardi..."

"Non mi piace il calcio. Comunque, io gli faccio: mi faccia qualche esempio. E quello 'Beh, esempi particolari, vediamo mumble mumble? (sembrava Pippo di Topolino, hai presente?) beh esempi particolari non e' il momento, ecco, qui discutiamo di una valutazione complessiva direi tutto sommato non male...'. Gli faccio: 'Si, ho capito non male... ma io mi ritengo un po' meglio di non male. Mi faccia qualche esempio pratico da cui desume questa vis polemica.  E quello mi fa: 'Ecco per esempio adesso, in questo momento'.

"Risposta mitica. Me la segno, che puo' tornarmi utile"

"Ti giuro sono rimasta a bocca aperta; ero indecisa se spaccargli la faccia seduta stante o mettermi a piangere"

"E gli hai spaccato la faccia, immagino"

"No"

"Allora hai pianto?!"

"No"

"Eh...?!"

"Niente ho detto che forse aveva ragione, che la sua era una logica stringente e che mi aveva messa al tappeto con questo ragionamento. Mi ha raccontato la storiella della rava e della fava, ho detto "grazie per il preziosissimo feedback...."

"....leccaKulo...."

"...la mia professionalita' ne trarra sicuro beneficio ed altre stronzate simili...hai presente?"

"Penosa. E lui?"

"Gli ho fatto un sospiro esagerato, mi sono alzata incollandogli tette e scollatura quasi al naso, della serie guardare-ma-tu-non-potere-toccare-ne'-ora-ne'-mai-neanche-se-io-e-te-si-rimane-su-solita-isola-deserta-per-eternita-brutto-segaiolo-amen. Sono sicura che ha capito il messaggio".

"Criptato"

"Amico mio, essere donna non come essere uomini! Stasera, poi, sono proprio depressa..."

Le sorrido: "Ma dai non te la prendere. In definitiva ti hanno fatto due complimenti; tradotto dall'aziendalesko all'umano significa che sei piu' originale e creativa di chi ti ha giudicato ed hai le palle per dire quello che pensi senza quei fantastici giri di parole per dire tanto, senza dire rigorosamente un cazzo.... e' un'arte sai? alcuni diventano capi di stato con questa tecnica.... adesso che ci penso la devo affinare..."

Abbiamo finito la serata bevendo e chiacchierando come due buoni amici, anche se devo dire che un giro in carrozza con lei lo farei davvero volentieri... e da come mi guarda ho idea che sia un'idea comune... ma non stasera, non queste sere.

Sono piuttosto preoccupato per questa faccenda dell'aggressione.

Mentre tornavo a casa guardavo continuamente nello specchietto retrovisore della macchina (ho mollato la moto perche' stasera pioveva e anche perche' francamente ora mi sento piu' sicuro in auto...).

Sono sveglio di notte. Sobbalzo ad ogni rumore. Squilla di nuovo il telefono.

"Pronto, stronzo. Hai rotto i coglioni. Se avessi davvero le palle usciresti allo scoperto, hai capito cacasotto..."

Silenzio.

Se fosse una commedia brillante ai miei insulti avrebbe risposto qualcuno tipo il capo-ufficio, il prete, i genitori, un amico....

Invece sento un respiro affannoso dall'altra parte... per la prima volta colgo segnali di vita dell'altra parte.... Insisto:

"Capito palle sgonfie? Sei un pezzo di pelo di coniglio, neanche intero capito? un pezzo di pelo di coniglio del cazzo bastardo figlio di puttana che quando tua madre ti ha messo al mondo neanche sapeva chi era tuo padre quel grandissimo co..."

"Hai qualcosa che mi appartiene"

Silenzio. Terrore. Il tizio parla sicuro. Riprendo il controllo.

"Cos'e' che avrei io?"

Ha un attimo di esitazione. Probabilmente non sa se dirmelo; non sa se fidarsi o cosa diavolo... e come dargli torto: se c'e' una cosa di cui mi sono sempre fidato la mia inaffidabilita': puntuale come un orologio svizzero...

"Hai ricevuto un pacco. Quel pacco e' mio"

Panico. "Non ho ric...". Mi blocco. Ho ricevuto davvero un plico qualche giorno fa... prendo tempo.

"Senti giovane, io non ho ricevuto nulla. In ogni caso, se ricevo un pacco indirizzato a me vuol dire che il pacco e' mio e non tuo... non so se afferri la logica"

"Sul pacco non c'e' scritto nessun indirizzo. Controlla"

E' una parola. Sto rivoltando casa ma del pacco nessuna traccia. Eppure ricordavo di aver ricevuto un plico.

"Non cambia nulla. Tu sei entrato in casa mia e mi hai aggredito. Anzi se mi capiti a tiro stavolta il culo te lo faccio io"

"Ho capito. Guardati le spalle". Clic

Bella cazzata.

Postato da: cicatrix a settembre 24, 2004 00:02 | link | commenti (4)

domenica, 26 settembre 2004

IL giorno dopo stavo male. Sono andato in ufficio di volata. Contravvendo alla decisione del giorno prima ci sono andato in moto (come dire... quando uno prende una decisione...). 

Ho lavorato poco e male.

All'uscita sono andato di corsa in Superstrada fino a Firenze. Credo di aver beccato un paio di Autovelox. Ho pensato che in questo modo mi sarei eclissato ed avrei allontanato i pensieri ed il problema. Di sicuro mi sarei accorto di qualcuno sulle mie tracce... Non me ne sono accorto. Ho girato per il centro bighellonando senza senso e senza meta.

Poi mi ha chiamato Ilaria.

"Come stai?"

"Mi distinguo dall'uomo comune...". Patetico.

Lei si dimostra immediatamente piu' pragmatica: "Che fai stasera?"

"Sono a Firenze. Sto facendo un giro per negozi"

"Ma dai. Io sto tornando adesso da Bologna. Se ti raggiungo, mi porti in un posto a mangiare qualcosa? Ho una fame che non ci vedo"

"E' una domanda?"

"No. Sono gia' uscita a Signa"

Sorrido. Mi va di vedere qualcuno e fare due chiacchiere poco impegnative.

"Passa dalla stazione. Io sono in moto"

"Agli ordini!"

Studio trucchi per analizzare quello che succede intorno senza dare nell'occhio: mi fermo davanti ad una vetrina e guardo il riflesso per vedere le facce di chi e' dietro... Nel Bar avevo cercato di sbirciare le figure sulla zuccheriera. L'avevo visto fare in Spy Games; con Brad Pitt e Robert Redford funzionava... Mi sento un incrocio tra James Bond e un perfetto idiota. Quando il barista ha richiamato la mia attenzione sulla fila formatasi alle mie spalle, ho optato definitivamente per la seconda ipotesi.

Ho chiamato Il Drugo. E' sempre bello sentire gli amici.

"Copa', come te senti"

"Cosi'"

"Ao', senti questa. Te ricordi la tipa dell'artra sera alla festa?"

"Rosalba?"

"Morgana! li morte' che memoria de merda. 'nsomma, me richiama il giorno dopo e mi fa un cazziatone gigante su sto fatto della mano sur culo dell'amica sua. Io je dico che effettivamente se le cose fossero andate come le avevano raccontato ci avrebbe no ragione: de piu'! Ma le cose non sono andate cosi'. Le ho detto che c'erano rivelazioni clamorose sulla serata e su alcune persone in particolare.Che anzi urgeva un dialogo approfondito sul tema; a quattrocchi. Ao'. Ho centrato la cosa. C'e' cascata come 'na pera cotta. sai com'e' il detto: 'la curiosita'...."

"...e' femmina?"

"Ma quanto stai diventando intelligente. Piu' te picchiano e piu' diventi argutio"

"Magari stasera mi faccio picchiare di nuovo cosi' sei piu' contento"

"Ao' a proposito. Com'e' annata a fini' sta faccenda?"

"Che mi hanno chiamato stanotte e mi hanno minacciato. Cercano un pacco che dovrei avere io".

"Embe'. Che pacco".

"Il problema e' esattamente questo. Io non ho nessun pacco. Anche se ricordavo di averne ricevuto uno qualche giorno fa. Ma non lo trovo. Forse l'ho buttato. O forse l'ho sognato. O magari che cazzo ne so..."

"L'ultima mi sembra sensata"

"Quando sei arrivato l'altro sera il tizio era gia' entrato?"

"No. Te stava a mena' sulla porta de casa".

"Quindi sei sicuro che non abbia preso nulla?"

"Beh, questo non te lo so dire. A senso te dico di no"

"Bah. Chissa' che cazzo c'e' in questo pacco"

"Ma hai fatto 'na denuncia ai carabbigneri?"

"E che la faccio a fare? Che ne so che c'e' nel pacco. E se c'e' qualcosa di compromettente e quelli non mi credono?"

"Ma che cazzo stai a di'?"

"Non so. Non credo che mi sarebbero d'aiuto in questo frangente".

"Vabbe'. Apri gli occhi e stringi le chiappe"

"Si, Maestro Yoda. Lascia che il tuo discepolo si congedi dalla tua saggezza".

"Ciao". Sto per riattaccare poi mi ricordo di una cosa.

"Oh, Copas..."

"Eccolo"

"Com'e' andata con Morgana? Che gli hai detto?"

"Cosa le ho detto? Vediamo. Prima o dopo che me la so' trombata?".

Intanto sono arrivato nei pressi di Santa Maria Novella. Aspetto poco. Vedo gia' arrivare Ilaria.

E' in splendida forma.

"Ciao, Maschio"

"Ciao, Donzella"

"Dove mi porti a mangiare? Cibo, cibo".

"Ti porto in un locale carino. E' una traversa qua vicino. Posto un po' tamarro ma sano"

"Ottimo. Basta che si arrivi presto altrimenti inizio a prenderti a mozzichi sul braccio"

La ascolto. Mi piace ascoltarla. Ha un modo di parlare che mi attrae. E' intensa. Ecco. Siamo seduti, mangiamo un primo, beviamo buon vino (un Nobile di Montepulciano niente-male che concilia la pace dei sensi). C'e' complicita' senza malizia. Non e' un gioco di seduzione. Abbiamo gia' deciso che stasera andremo a dormire insieme. E sappiamo anche che dormiremo pochissimo. Cosi' ci godiamo gli sguardi rilassati e i pensieri pregustanti.Quando usciamo e' quasi mezzanotte. Torniamo verso Pontedera. L'accompagno a casa e non mi chiede neanche di salire. E' scontato. Mette su Stan Getz e Charlie Bird. Non abbiamo neanche il tempo di finire il rum nei bicchieri che siamo con le labbra incollate. Sento le sue mani sul collo e infilo le mie dentro il suo reggiseno. Lo slaccio. Ha le tette sode e i capezzoli turgidi. E' calda. Ha una pelle fragrante e odorosa. Stiamo facendo ancora l'amore quando sulle note finali di Desafinado la musica finisce...

Cazzo. Come dico sempre: questa volta mi innamoro.

Postato da: cicatrix a settembre 26, 2004 23:04 | link | commenti (5)

giovedì, 30 settembre 2004

Ho appena finito di rimettere a posto casa. Dovevo aspettarmelo: mentre ero via, sono entrati in casa e l'hanno messa a soqquadro. Hanno sfasciato tutto. Anche l'inimmaginabile: per dispetto mi hanno frantumato le bomboniere ancora intonse degli ultimi 16-17 matrimoni a cui ho partecipato: e si sono portati via i confetti! Bastardi...

E' deprimente entrare nella propria casa e trovarla stravolta. Mi fa sentire male, neanche incazzato, proprio malissimo. E' una di quelle violenze che ti fanno sentire impotenti.

Rapido controllo della situazione: a parte i confetti (e a parte il pacco, spero...), non hanno portato via nulla. Ho argutamente notato che questo simpatico marrano che mi ha disintegrato casa soffre di problemi intestinali, perche' ha defecato nel vaso cinese (finto) che utilizzavo come porta ombrelli: un'ottimo indizio per l'ispettore Cecchetti detto Cicatrix (adesso che ci penso: che cazzo ce l'avevo a fare un vaso cinese finto in casa mia? a me fanno schifo...). Nessuna traccia di carta igienica utilizzata, pero'? Perche'? Ma e' elementare Watson: si e' pulito il culo sulle lenzuola del MIO cazzo di letto! Umore nerissimo.

Maniche rimboccate e olio di gomito.

Squilla il telefono. Spero che sia il bastardo, perche' voglio prendermi qualche soddisfazione... Invece e' Tonio.

"Pronto, Tonius"

"Ciao, Francesco, che mi racconti?"

"Una merda.... in tutti i sensi... Poi ti racconto. Tu piuttosto? ma poi l'hai fatto quel concerto famoso di cui mi avevi parlato?"

"Eh, veramente e' stasera. Ti chiamavo per questo. Ci vieni, allora?"

"Uhmm, idea non male..."

"Non male un corno. Mi avevi detto che venivi. Anche perche' mi devi dare una mano a smontare e rimontare il tutto"

"Ah, capisco. Ti serve la mia valutazione critica. Daltronde come commiserarti, un orecchio fine come il mio..."

"Ma falla finita, tu che ascolti quelle cagate di Jazz-Samba, cosa vuoi capirne di musica"

"Ma se la suoni pure tu la Jazz-Samba..."

"Io sono poliedrico e suono per il pubblico: alla massa piace. I musicisti accontentano il pubblico: ma ascoltano altro"

"Sei un buffone"

"Ci vediamo alle 6 in punto, passa da casa mia, molli il mezzo e andiamo con la mia macchina"

"Gesu'. Se guidi tu dovremmo partire subito ed io non ce la faccio prima delle 7"

"Massimo alle 6 e mezza, che dobbiamo arrivare a Camaiore".

MI rimane un po' di tempo. In mezzora ho finito di ripulire casa e accatastare in diversi angoli libri, quadri, lampade e vestiti. Ho lavorato davvero troppo: mi ci vuole un Mojito.

Luca mi vede arrivare da lontano, sorride e quando entro nel bar sta gia' pestando nel mortaio:

"Oh, tra poco la stagione della menta e' finita. Te ne lascio un paio di ciuffetti da parte ma ce n'e' al massimo per altri 3/4 giorni"

"Ok. Dammi pure tu brutte notizie. E' una congiura. E' tutto un magna magna generale e complessivo".

"E' la natura. Sai cos'e' la natura? le stagioni, il caldo, il freddo, quella roba li', hai presente?"

"Per me rimane una congiura". Mi giro verso Sandra, la compagna di Luca che e' appena uscita dal retrobottega, le faccio la linguaccia. Lei mi fa gli occhi strabici e poi dice:

"Lascialo perdere quello li' cosa vuoi che ne capisca. E' ancora troppo giovane e irresponsabile"

Luca risponde: "Il pupo qui dice che vuole la menta tutto l'anno"

"Perche' no" -gli dico- "perche' l'uva a marzo e' una cosa normale e la menta no"

"Perche' il sapore dell'uva a marzo fa schifo!"

Incasso. Mi avvicino al bancone e guardo Luca con gli occhi di traverso e la faccia da duro. Lui ridacchia e fissa dritto negli occhi a mo di sfida: si gusta la risposta del kappao'. Prendo il mio mojito, lo assaggio. Delizioso.

"Uhmm. Buono questo mojito geneticamente modificato..."

"Tua sorella ha la passera, geneticamente modificata"

2 a 0. Palla al centro. Mi vado a sedere fuori e Sandra mi segue.

"Allora giovane. Raccontami qualcosa"

"Che ti racconto. Stasera vado ad un concerto jazz con un mio amico..." Si chiacchiera del piu' e del meno. Ogni tanto Luca tra un caffe' ed un cocktail commenta con qualche battutaccia, il tempo scorre bene. Ordino un altro mojito.

Mi guardo intorno e penso che qualcuno potrebbe tenermi sotto controllo. Sono seduto al tavolo di un bar, quasi al centro di un incrocio di quattro vie, con locali pubblici, negozi e vetrine in quantita' industriale. L'ideale per chi deve spiarmi. Sono un genio. Certamente questi sanno i miei orari e i miei spostamenti, perche' sono entrati in casa quando sapevano di potersela prendere comoda... Mi guardo intorno e cerco di capire chi potrebbe essere lo spione. Il bar e' pieno come al solito. Non ci sono facce sospette. Un paio di tizi che conosco, due ragazzi al videogame, un uomo ben vestito che legge il giornale (mmmh questo mi insospettisce un po'), un vecchio occhialuto che sorseggia qualcosa con il suo cane accucciato, diversi gruppi di ragazzi seduti ai tavoli. Una mare di persone sul Corso di Pontedera: madri e padri, nonne e nonni con i bambini, adolescenti rigorosamente divisi tra maschi che fanno casino per mettersi in mostra e ragazzine che fanno finta di parlare fitte fitte e indifferenti ma si vede lontano chilometri che ci tengono ad essere notate... osservo distratto, sorseggio il mojito piluccando con le cannucce i pezzetti di limone, sorrido. Agguanto la Gazzetta dello Sport e affondo nelle polemiche arbitrali.

"Posso?"

"Veramente ho appena iniziato a leggerla". Alzo gli occhi. E' il vecchio occhialuto che si e' gia' seduto al mio tavolo, sorridente. Il suo pastore tedesco si e' sistemato sotto la mia sedia.

"Non amo lo sport". Continua a sorridermi.

Ricambio il sorrisone: "Io lo adoro, invece. Le interviste a Moggi, per esempio, mi fanno impazzire, ha presente?". Continuo a leggere il giornale. Sposto la gamba di tre centimetri e sento il cane ringhiarmi sotto le chiappe. Sudo freddo.

"Buono, Juppiter. Il signore e' un amico".

Alzo gli occhi dal giornale e il tizio mi guarda col sorriso spianato sulle labbra. Inizia a darmi ai nervi. Sorrido e lo guardo silenzioso. Poi, visto che lui non favella, favello io:

"In cosa posso esserle utile, Signor...?"

"Luperini. Avvocato Luperini". Sorride.

"Bene. Molto piacere. Ma ancora non mi ha detto in cosa posso esserle utile, Avvokato" Continuo a sorridere. Continua a sorridere.

"Vede, Avvocato Cicchitto..."

"Cecchetti. E non sono avvocato...". Metto via il giornale. La cosa si fa seria.

"Oh, questo lo so, dottor Cecchetti". Lo pronuncia forzando volutamente l'accento. Non colgo la provocazione.

"Interessante. Quante altre cose sa?"

"Diciamo abbastanza". Smette di sorridere e mi guarda dritto negli occhi. Lo fisso a mia volta.

"Capisco. Fa lo spione a tempo pieno o tra una dialisi e l'altra?"

Ricomincia a sorridere. Lo anticipo:

"Aspetti non me lo dica: le avevano gia' detto che ero brillante ma non immaginava cosi'? Beh, grazie. Lo so".

Questa volta ride. Risata finta, da cattivo dei B-Movies. Io gia' tifo per il buono, che poi per inciso sarei io...

"Non proprio". Mi stampo la delusione in faccia.

"Non le rubo altro tempo. Lei ha gia' capito perche' sono qui."

"No. Me lo dica lei. Ma se cerca il Viagra lo trova nella farmacia accanto". Boh questa mi e' uscita cosi'. Arguisco che il tizio non mi risulta simpatico. 

"Lei ha qualcosa che mi appartiene"

"Io non nulla che non sia davvero mio. Ma questo lei dovrebbe gia' saperlo...".

Ride: "Il fatto e' che quel pacco ha un valore sentimentale molto alto per me..."

"Oooh, la capisco. Anch'io ho in casa molte cose che 'avevano' un grosso valore sentimentale. Le raccontero' la storiella di un vaso cinese. La conosce?"

"No. Mi piacciono le storie zen". Come dicono a Bari: tucchet' e affondet'.

"Le do atto che a guardarla cosi' non mi sembrerebbe uno che entra in casa degli altri per cacare nei vasi cinesi, pulirsi il culo sulle lenzuola e poi dedicarsi a sfasciare tutto... le do atto che il vaso non era bellissimo, ma come dicevamo: vuole mettere i sentimenti..."

 "Mi dispiace per come le hanno ridotto casa. Salvatore a volte si fa prendere un po' la mano"

"Tolga pure un po'"

L'Avvocato diventa serio di colpo: "Mi dica dov'e' il pacco"

Lo guardo fisso. Faccio un lungo respiro. Mi calmo e poi attacco, lento: "Vede, Avvocato. Io ho ricevuto un pacco. Ma quel pacco in casa mia non c'e'. E non ce l'ho piu' io. In ogni caso, dopo quello che avete fatto alla mia casa, anche se lo avessi, non ve lo darei. Ora, le auguro di trovarlo e quando lo trova, mi faccia un favore: se lo metta nel culo di traverso. E se non ci riesce, si faccia dare una mano da Salvatore"

Mi alzo di scatto. Il cane abbaia e sfiora il polpaccio con le zanne. Il vecchio mi urla dietro. "Buona serata, Avvocato Cicchitti".

Salto in moto e volo via tra adrenalina e terrore. 

Sono gia' sotto casa di Tonio, quando mi ricordo di non aver pagato il conto del bar...

Postato da: cicatrix a settembre 30, 2004 12:01 | link | commenti (5)

sabato, 09 ottobre 2004

Se e' vero che ognuno di noi ha dentro di se' molte identita', sarei curioso di conoscere le altre del Caramba che ho di fronte. Seguendo un po' di consigli e per mia stessa convinzione dell'ultima ora sto sporgendo denuncia. Furto e minacce. Per cominciare.

L'appuntato che mi apre e' partito con la filippica sulla delinquenza; pare un disco incantato: "prima non era cosi'", "e' tutta colpa degli extracomunitari, non parliamo degli albanesi", "che io mica sono razzista, anzi", "che pero' vengono qua e vengono a scassarci la palle a noi" e che "ci tolgono il lavoro a noi" (questa ancora mancava), e che "bisognerebbe affondarli prima di arrivare" (ci stanno gia' pensando) e "tanto chi se ne fott'". Gli spiego che quelli che sono entrati in casa mia sono quasi sicuramente italiani. Quello mi guarda subito con la faccia cambiata. Ha perso la simpatia. Mi squadra e scorgo nei sui occhi le seguenti conclusioni:

1) Questo rompicoglioni e' un sovversivo comunista: non ha capelli lunghi, anzi non ce li ha proprio, ma si vede dalla barba.

2) Sicuramente si droga a tempo perso

3) Probabilmente se lo fa mettere al culo dal suo amante senegalese... e a lui ci piace

4) e comunque: chi se ne fott'

Accento vagamente napoletano, panza pronunciata, aria scoglionatissima, il caramba mi fissa negli occhi in attesa che io spieghi oltre.  Io non spiego e rimaniamo cosi' per qualche secondo. Lo ribattezzo Appuntato Chisenefott'.

"Vabbuo'. Che facimm nott? Cosa vuole denunziare?". Decido di rispondere solo a domanda, masanno' finimu a schifio

"Furto in casa mia".

"Cognome, Nome e Via?".

Declino in ordine.

"Con destrezza o con scasso?"

"La seconda"

"Cioe?"

"Con scasso..."

"Eh. Allora diciamolo. Cos'hanno portato via?"

"Oggetti personali, alcuni di valore sentimentale...". Magari ci ricavo qualcosa dall'assicurazione. Ma non ricordo nemmeno se l'ho fatta...

"Di che tipo?"

"Bomboniere". Non reagisce.

"E che altro?"

"Un pacco"

"Che ci stava dint stu pacc'"

"Non lo so"

"In che senso?

"Nel senso che non lo so"

"Ah. E che denunziam"

"Che si sono portati via un pacco da casa mia"

"Ah. E che ci stev dint stu pacc'"

"Non lo so"

"Mi stat pigghiand pu cul?"

"No"

"E allo' che ci stev?".

"Se le dico che non lo so, lei ci crede o sospetta che la stia prendendo per il culo?"

Mi guarda fisso. Si prende un secondo e poi risponde:

"La seconda". E rimane a guardarmi fisso con le braccia conserte e l'aria soddisfatta. Molto soddisfatta.

Ormai ho capito che e' un periodaccio, per cui non reagisco neanche piu'. Incasso e continuo. Sta diventando la storia della mia vita...

"In realta' non e' tanto quello che hanno portato via ma quello che hanno combinato alla casa"

"Che hanno combinato?"

"Di tutto, di piu'"

"Cioe'?"

Gli spiego le condizioni in cui ho trovato casa. Lui sintetizza (a modo suo) e trascrive. E commenta...

"Maronn do carmin'. E voi siete sicuro che tutt stu burdell l'ha fatt un italiano? A chi vulit male?"

"Io a nisciun"- involontariamente inizio a prendere l'accento napoletano- "aggiunga a questo che ho ricevuto minacce telefoniche e dirette"

"Da anonimi?"

"No. Da un certo avvocato Luperini"

"Avvocato Luperini? E' un nome che ho gia' sentito. Ma e' mai possibile che un avvocato vi fa tutt sti ccoss e poi vi fa minacce cosi' direttamente?"

"E' successo." Mi guarda perplesso di traverso.Solleva un sopracciglio e socchiude un occhio.

"Avete testimoni?"

"No"

"Adesso mi pare piu' normale. Allora vi potete attacca' a..." -si ricorda in un attimo che indossa la divisa- "dicevo, che ci sta poch' e fa'".

Insisto e firmo comunque la denuncia. L'appuntato Chisenefott biascica qualcosa di incomprensibile mentre firmo. A me pare comunque la mossa piu' sensata (mi rendero' conto dopo che la mossa non e' stata furba... ma in quel momento non potevo saperlo), piuttosto che stare con le mani in mano in attesa che a Salvatore ci vengh da cacare n'atra vota.

Esco, dunque, raggiante dalla caserma carambesca, con un grosso problema per la testa: cosa faro' questa sera? Mi ricordo di Monica, una tipa sui quaranta, moglie allegra di un architetto empolese molto dedito al lavoro (forse troppo). Mi aveva mandato sms criptico: "Il becco e' fuori per lavoro". Le donne. Sempre sottili. La chiamo. Si chiacchiera del piu' e del meno. Solite cazzate. Vado al sodo.

"Senti, ho un grosso affare per le mani. Che ne dici se te lo espongo stasera?"

"Oh, credo di intuire quali affari mi esporrai"

"Beh. Questo e' singolare..."

"Capisco. Guarda ho giusto il tempo di terminare un paio di cose. Vieni tu qui. Solito posto tra un paio d'ore"

Ho il tempo di tornare a casa a farmi una doccia. Sulle scale incrocio la mia vicina di casa che mi saluta velocemente. Ho quasi l'impressione che abbia paura, perche' appena mi vede accellera e abbassa gli occhi. Il terrore delle vecchie zitelle. O forse e' vedova.  Chi se ne fott.

Metto su un Cd. E' un gruppo di giovani irlandesi emergenti e poliedrici. Il cantante si fa chiamare come un figo tamarro di provincia  e il chitarrista tradotto in italiano di chiamerebbe tipo "il limite". Com'e' che si fanno chiamare? U2. Se mi sentisse Tonio che ascolto ancora gli U2 non mi rivolgerebbe piu' la parola. "Oh cazzo, non ti porto piu' a vedere i miei concerti. Cazzo". Comunque l'altra sera a Camaiore sono stati grandi. C'erano qualcosa come un migliaio di persone in gran parte gente matura e musicalmente molto esigente. Io, oggettivamente, di jazz non ne capisco quasi nulla, pero' mi ha lasciato belle sensazioni. Hanno suonato per un ora e poi hanno improvvisato un jam session niente male con un sacco di tizi che se la cavavano piuttosto bene. C'era anche Paco un percussionista paraguaiano con una bella storia da raccontare. Un giorno ne parlero'. Ma non ora. Perche' quando stai infilando le mani sotto la gonna di una topona piu' alta di te, con il fuoco tra le gambe e la mano che ti percorre il corpo esperta e sicura fino al sottoventre, ti slaccia la patta e te lo prende in mano dicendo e adesso parliamo seriamente di questo affarone, facendoti sobbalzare e poi inizia a studiarlo da vicino e ne saggia la consistenza e poi si rialza e ti sussurra delle porcate immani nell'orecchio sinistro mentre ti succhia il lobo in attesa di abbassare il tiro... beh. Chi se ne fott di Paco.

Postato da: cicatrix a ottobre 09, 2004 18:17 | link | commenti (12)

giovedì, 14 ottobre 2004

Mio fratello ha chiamato. Avrei voluto farlo io. Avrei dovuto farlo io. E' triste e penoso parlare con una persona a cui vorresti dire molte piu' cose, ma mentre parli, scopri che le parole non ti escono come vorresti. Di acqua sotto i ponti ne e' passata. Pure troppa. Ci siamo visti diversi mesi fa. Al funerale di nostra madre. C'eravamo tutti ed e' stata l'ultima volta.

Mia madre ha sempre avuto un debole per me. Mio fratello e mia sorella non le hanno mai perdonato questa debolezza. Io ero quello che le ha dato piu' problemi, che non era mai a casa, che e' andato via troppo presto. Ero quello che frequentava la gente che non dovevo frequentare, che non avevo rispetto per la memoria del padre. In nome del padre. Amavo mia madre. Un bene dell'anima. Quando tornavo spalancavo la bocca "a cartone animato" e le dicevo sempre le stesse parole: "Mamma, ma sei bellissima!". Lei mi sorrideva e poi diceva seria: "O Dio mio, quanto sei sciupato. Dammi un bacio e ti preparo qualcosa".  Ci abbracciavamo e io mi sentivo di nuovo a casa. La mia unica vera casa.

Per mio padre ero la pecora nera. Mio fratello e mia sorella hanno sposato le tesi del padre. Diciamo che hanno continuato la tradizione familiare. Un assioma che all'inizio ho sempre contestato (piuttosto aspramente). Finche' i miei congiunti non hanno iniziato a titolarsi con lauree, masters, specializzazioni, rigorosamente col massimo dei voti, lavori con mille appelativi super inglesi, in prestigiose multinazionali leader del settore, che poi significavano tanto potere e tanti ma tanti vaini... Soprattutto il mio fratellone. Io arrancavo, perso in affollate stanze dell'universita' e snervanti tornei di tressette. Del diritto non me ne fregava nulla. Il mio corso preferito si chiamava antropologia uterina. Eppure lavoravo, studiavo quando era tempo di farlo, lavoricchiavo in giro per pagarmi fumo e birra, mi interessavo a molte cose diverse. Ma non ero particolarmente bravo a vendermi la fuffa. Ormai ero la pecora nera. Alla fine mi sono arreso ed ho lasciato che tutti la pensassero cosi'. Tutti tranne mia madre. Una madre non si arrende mai. Lei era l'unica a capire che ero debole. Fingevo di essere forte, ma sapeva quanto soffrissi quando partivo a testa bassa. Attaccavo frontale e sistematicamente mi frantumavo le corna contro la sagacia di mio fratello. Ho imparato a rispettarlo quando invece di disprezzarmi col suo silenzio, ha iniziato ad umiliarmi con le sue risposte. Mi lasciava di stucco, inebetito da cotanta potenza intellettuale. Conosceva ogni debolezza su cui abbattere il maglio della sua arguzia; e lo faceva con una cattiveria cosi' chirurgica che pensavo avesse il bisturi al posto della lingua. Le persone piu' vicine possono essere le piu' velenose. Con gli anni ho imparato a difendermi. Lui tentava di annichilirmi ed io mi difendevo con l'atarassia. "Se non ho passioni - mi dicevo - saro' inattaccabile". E magicamente funzionava. Mia madre e mio padre ci osservavano fin da bambini e spesso prendevano le mie difese: la prima perche' ero il piu' piccolo, il secondo perche' mi considerava meno dotato: "Davide, non infierire su tuo fratello". Ad un bimbo di 7 anni che picchiava il fratellino di quattro, mio padre diceva testualmente "non infierire su tuo fratello". Appare piuttosto ovvio che poi mio fratello sia cresciuto come un perfetto stronzo. Comunque, alla fine sono diventato quasi impenetrabile agli attacchi. Mi difendevo talmente bene da cicatrizzare ogni ferita con rapidita' impressionante e tutto sommato indolore. L'unica a preoccuparsi di questa involuzione interiore e' stata sempre e solo lei.

"Ti stai inaridendo".

"Mamma, davvero mi spiace tu mi veda in questo modo. Guarda sono piuttosto dispiaciuto. Sento la botta". Lei sapeva che mentivo.

Se n'e' andata senza che le dicessi "Mamma, ma sei bellissima". Chissa' se mi ha pensato almeno una frazione di secondo mentre si spegneva. Se mi ha regalato un ultimo pensiero per l'immensa nostalgia che mi ha lasciato in ricordo. Per la solitudine che mi assuglia in certi momenti.

"Devi venire giu' a firmare un po' di carte per le proprieta' di papa' e mamma".

"Senti, Davide, non posso farti una procura? Te la mando via fax e pensi tu a tutto, sai col lavoro...".

"Ti sei scordato che mamma e papa' sono sepolti qui? Ogni tanto potresti venire a trovarli, no? E poi non sono certo il tuo segretario"

Silenzio.

"Va bene scusa". Ho un sussulto. MIo fratello mi sta chiedendo scusa? Guardo il numero di telefono sul cellulare: dice proprio "Davide". Adesso ne sono certo.

"Mi farebbe piacere se tu venissi giu' almeno si fanno due chiacchiere. E magari si sta un po' insieme"

Alla fine volevo quasi piangere. Mio fratello che mi chiede scusa. E mi dice "si sta un po' insieme?". Cazzo. Mai successo.

Ilaria mi guarda perplessa. Sono a casa sua. Le racconto tutto, di getto. Ho voglia di parlare. Sono esaltato, entusiasta. Lei mi guarda ancora piu' stranita.

Probabilmente non mi ha mai visto cosi' contento. Quando sei cresciuto dentro certi schemi alla fine non ti accorgi neppure di essere in gabbia.

La abbraccio e la bacio sulle guance, una, due, tre volte. Lei ha le mani strette sul seno come a marcare una distanza protettiva. Io la stringo e poi la bacio ancora a raffica sull'altra guancia e poi sulla fronte e di nuovo sulla guancia. Lei inizia a ridere forte e mi punta le mani sul petto come a voler scostarmi. Io le sposto le mani con gli avambracci, la stringo in vita con i palmi appoggiati sui fianchi e la bacio sul collo. Lei inarca la testa e si abbandona alle labbra che scivolano dietro l'orecchio. Appoggio il palmo della mano dietro la sua nuca accarezzando i capelli. Mi scopro improvvisamente felice e mi dico: "ormoni in circolo". E penso che e' il massimo del romanticismo che possa sentire. La guardo un secondo dritta negli occhi. La bacio sulle labbra. Ci stendiamo sul letto e siamo ignudi a rotolarci tra le lenzuola. Ho energia. Ho voglia. Lei la sente e l'afferra con tutte le forze. E andiamo avanti cosi' senza inibizioni alla ricerca del limite. Finche' non cadiamo stremati. Nudi alla meta'. Ci addormentiamo abbracciati. Il telefonino che squilla ci sveglia all'imbrunire.

Rispondo rinco per trequarti.

"Signor Cecchetto?"

"Cecchetti, chi parla?"

"Sono l'appundato Ruoppolo".

"L'appuntato chisenefott'"

"Come?"

"No, dicevo, si fa nott. E' un detto delle mie parti... Ma, mi dica mi dica"

"No. Mi dica lei".

"In che senso, appunda'?"

"Mi dica lei, piuttosto"

"MI scusi. Ha chiamato lei. Mi dica lei"

"Io ho chiamato, ma lei mi dovrebbe dire a che gioco vogliamo giocare".

A questo punto per concludere che l'appuntato chisenefott e' completamente svitato. Poi riparte.

"Lei ha sporto denunzia contro un gerto Avvocato Luperini, e' ve'?"

"Esatto. Come l'ha intuito?"

"Non l'ho induito. E' venuto lei a scriverlo sulla denuncia". Non commento.

"E per la ma... remma maiala, avimm fatto delle indagini".

"Fantastico. Questa cosa mi colpisce"

"E avimm scoperto una bella cosa"

"Cioe'?"

"Che l'Avvocato Luperini, buonanima, ci ha lasciato da un paio d'anni. Quindi a me mi pare o che voi ci state pigliando per il culo oppure avet sbagliato tutto"

"Sicuramente la prima"

"Ecco bravo. Allora facit un po' di mente localo e cercate di capire meglio chi dovete denunziare e poi ci facit sape'"

"Va bene, grazie"

"Scusat"

"Si?"

"Ma voi che avete detto? la prima o la seconda?"

"La seconda, appunda'"

Postato da: cicatrix a ottobre 14, 2004 07:21 | link | commenti (3)

martedì, 26 ottobre 2004

Io sono superstizioso. Certo non di quelli fanatici. Non di quelli, per intenderci, che chiamano i maghi in diretta per conoscere l'oroscopo o l'ascendente. E neanche di quelli che si fanno leggere la mano per sapere se hanno il malocchio o che so io. Io sono un superstizioso di quelli che se un gatto nero gli attraversa la strada inchioda, parcheggia e aspetta che passi qualcun altro prima. Tutto qui. O che toccano ferro ogni volta che passa un carro funebre; vuoto o pieno non fa differenza, perche' nel piu' ci sta il meno. Insomma un superstizioso nella norma. E cosi' se qualcuno mi fa gli auguri, per un riflesso condizionato con la destra gli stringo la mano e con la sinistra mi gratto le palle. Con studiata non-chalance, certo.

"A cosa pensi?".

"Alla pioggia. La pioggia mi piace perche' mette tristezza".

Para Machuchar Meu Coraçau. Vado piano e guardo fuori dal finestrino, in lontananza, verso le alpi apuane e le cave marmoree di Carrara. Le nuvole le ricoprono, ma le immagino sempre un po' bianche che pare abbia nevicato e invece e' la roccia nuda. 

Stiamo tornando dalla Liguria, da Lerici, da Porto Venere. Io e Ilaria. Passiamo diverso tempo insieme. Soprattutto durante la settimana. Un po' meno nei week end. Siamo due tipi strani. E cosi' quando viaggio per lavoro, come spesso capita nell'ultimo periodo, cerco di tornare a casa la sera, magari per prendere qualcosa da bere insieme e "fare due parole" come le piace ripetere. Anche due o tre ore di viaggio e poi ripartire la mattina prestissimo. Mi piace farlo perche' non me lo ha mai chiesto.

La scorsa settimana sono finito in Puglia. Ne ho approfittato per fare un salto nel Salento a salutare la mia vecchia famiglia. Ormai sono un nucleo familiare singolare e autonomo. Visto fratellone e sua moglie Miss Mondo (una super topolona che se non fosse la mia carissima cognatina ci avrei fatto piu' di un pensiero e magari anche qualcosa di piu' pratico...). Visti nipotini sguscianti e casinari. Ho avuto il dubbio piacere di un invito a cena a casa del boss. Io, il fratellone e la fratella, cioe' la mia sorellina, anche detta la Cozza Munacedda: Munacedda perche' parla e si comporta come una santerellina coi voti e Cozza perche' esprime la belta' di un mitilo scrafazzato da un'autospurgo pieno di merda. Anche lei si e' fatta davvero una bella famigliola. Insegna a scuola e da ripetizioni. Considerando il percorso di studi, mi pare uno spreco. Il marito e' una sorta di scimmia gobba e pelosa che madre natura ha dotato della vitalita' e la goliardia di un lemure strabico che non dorme da una settimana. Ha un ottimo lavoro in municipio. Credevo pulisse i cessi o che stesse agli sportelli (che per me non fa differenza, sebbene su un'ipotetica scala di valori credo sia piu' vario il primo). E invece ti scopro che ha addirittura un ufficio tutto suo. Mi fa capire che la cosa e' piuttosto importante. Io lo guardo per dieci minuti buoni perche' non ho colto. Cosi' insiste: "sai un dirigente comunale ha bisogno di privaci" (ha detto proprio "pricavi"). Continuo a guardarlo in silenzio ma questa volta a bocca aperta. Poi cambia discorso. E mi racconta che e' impegnato in politica.

"Sono nella maggioranza da oltre venti anni". Lo guardo di nuovo in silenzio, a bocca aperta e cerco di farmi scendere la bava all'angolo della bocca. Metodo Stanislawsky. Poi decido di darmi un contegno e penso cazzo, fai il serio qualche volta. Mi dico proprio cosi' cazzo (Devo smetterla di dire cazzo in continuazione, cazzo). Decido, dunque, che e' arrivato il momento di dare una svolta alla conversazione.

"Bravo, la corenza e' la dote principale di un politico d'opposizione. Tu quanti partiti hai cambiato?"

Stavolta e' lui che rimane a bocca aperta. Un attimo prima di profferire le parole magiche (non ho capito), la cognatina sveglia prende il controllo:

"Amore, mi passi il pane? Ragazzi, era da un pezzo che non riuscivamo a stare un po' di tempo insieme. Doveva arrivare il nostro caro Cecco per ritrovarsi..."

Poi mia sorella inizia a parlare del nuovo parroco e del papa e del vescovo e dei parrocchiani dispiaciuti per il vecchio prete che e' andato in pensione:

"Te lo ricordi don Luigi?"

"Quello che picchiava i bambini?"

"Ma no. Quello era don Armando. E poi non li picchiava. Lui era un educatore. Oggi non c'e' piu' nessuno che lo faccia e guarda che costumi e che mondo. I bambini crescono senza rispetto. E insomma ti dicevo di don Luigi. Ma te lo ricordi don Luigi?"

In mezzo a tutto questo entusiasmo incontenibile noto che la cognata mi guarda e sorride. Mi pare una brava personcina. Dotata di spirito e di tette. Ma e' la moglie del fratellone. Al caffe' il discorso scivola sull'amarcord e sui nostri genitori. Il lemure e' ancora perso dietro il significato delle parole. Io non ho ancora detto a mia fratella se ricordo o meno don Luigi, mia cognata continua a sorridere e per un attimo, solo per una frazione di secondo, penso che mio fratello sia un uomo fortunato.

Poi squilla il telefono e sono dalle parti di Viareggio. E' il Drugo.

"Devo parlarti. E' urgentissimo".

"Copas, il tuo concetto di urgenza richiama quello di culi e/o di tette: a quale delle due ti riferisci?"

"Ovunque tu sia fai in fretta. Mi trovi a casa tua. Vieni solo". Poi riattacca.

"Chi era?"

Sorrido. "Era il Drugo. Mi vuole fare uno scherzo. Ti riaccompagno a casa".

Postato da: cicatrix a ottobre 26, 2004 20:38 | link | commenti (3)

domenica, 07 novembre 2004

Chiamo il Drugo. Il telefono e' spento. Lo conosco da anni. Non e' capace di recitare cosi' bene. Sarebbe capace di fare uno scherzo a Carol Woityla: ma dovrebbe usare un secchio d'acqua e la sorpresa, perche' se lo facesse recitando il buon Carol, da ex attore, lo sgamerebbe dopo tre secondi (e poi scatterebbe la violenza delle suore segretarie....). Quindi la cosa e' seria, nel senso che o si tratta seriamente di una cosa grave o si tratta seriamente di una cazzata... Taglio Pontedera di corsa facendo attenzione ai nuovi box autovelox... prima o poi ci sbatto sopra nel tentativo di 'evitarli'. Arrivo sotto casa trafelato. Tutto in ordine. Un silenzio assordante. Salgo su per le scale, ma del Drugo nessuna traccia.  Mi aspetto di vederlo saltare fuori da qualche parte a farmi 'buuuuh' ed io lo mando a quel paese. E invece niente. Entro in casa ed e' tutto in ordine (un eufemismo per dire che e' rimasta intonsa, uguale a quando sono uscito...). MI rimetto in macchina e parto verso i soliti posti. Magari si e' spostato a bere qualcosa. La cosa non mi convince, perche' il Drugo mi avrebbe avvisato ('a beve e fuma' da soli ce se strozza'). Faccio il sottopasso ferroviario e proseguo per via Roma. Al semaforo giro per il viale della Piaggio. A quest'ora della sera e' vuoto, ci sono solo le macchine degli operai turnisti. Lo percorro ma quasi a meta' sento una sgommata dietro di me. Ho un sussulto. Mi affianca una macchina coi vetri oscurati. Scarta verso destra sfiorandomi. Istintivamente mi allargo e sfioro gli alberi. Freno e quello fa altrettanto. Scalo e riparto, bruciandolo sul tempo. L'auto mi si incolla agli scarichi. E' un Bmw serie 7. Non ci puo' essere storia. Mi piazzo al centro della strada per non farlo passare e quello scarta a destra e sinistra cercando il pertugio giusto per infilarmi come uno spiedino ("il fatto è che da quel pertugio si guardava nel cortiletto delle educande; e un altro fatto assai tristo si è che il padrone di quella casa era un giovane scellerato" se mi viene in testa Manzoni, stasera sono proprio fottuto). Odio i guidatori imprudenti. Ma questo non e' un guidatore imprudente. Ho gia' capito di chi si tratta. Lo stronzo sa perfettamente come farmi innervosire e non mi sorpassa solo perche' sta giocando con me. Alla fine del viale siamo praticamente fuori Pontedera. All'altezza del mega parcheggio il tizio decide di affiancarmi con una finta destra-sinistra ad arte. MI sorpassa e poi rallenta di nuovo. MI stringe al marciapiede fino a costringermi a fermarmi con una botta tremenda sulla sospensione. Un uomo meglio identificabile come un armadio a tre ante scende dalla macchina. Forse vuole "conciliare", ma invece di prendere il Cid, salto sul sedile di destra, poi giu' dalla macchina e corro verso la ferrovia. Taglio il parcheggio come una fulmine. L'uomo-armadio mi insegue. Sento il fiato sul collo. Accellero con la forza della disperazione e gli prendo un paio di metri. Sento il cuore battermi all'impazzata. Salto la rete della ferrovia con l'agilita' di un Edwin Moses dei bei tempi. Lui arranca ed urla qualcosa di irripetibile. Non ascolto il suo consiglio e continuo a prendergli terreno. Supero i binari e sono dalla parte della stazione. MI involo verso l'uscita dalla parte del Villaggio Piaggio. Mi giro e il tizio non c'e' piu'. Per non saper leggere e scrivere io continuo a correre finche' non mi sento al sicuro. Entro nel Villaggio e mi siedo su una panchina in attesa che mi venga un infarto. E invece iniza a rifluire nuovamente ossigeno al cervello e il battito del cuore si ristabilisce. Faccio un punto della situazione. Non posso tornare alla macchina perche' il mio amico Salvatore sicuramente si aspetta che io lo faccia. Poi mi viene una botta di disperazione: quel bastardo mi cachera' sicuramente in macchina per vendetta...  Non posso tornare neanche a casa. Devo trovare un alloggio sicuro per la notte. Non un albergo, perche' e' il primo posto dove guarderebbero. Non da amici, perche' mi pare che questo finto Avvocato Luperini sappia troppe cose. Mi viene in testa un'idea folle. Esattamente come la situazione in cui mi trovo. Per cui e' la soluzione ideale. Attraverso il villaggio e mi diriggo circospettosamente dall'altra parte in Via I Maggio. Mi fermo davanti ad un portone, mi asciugo il sudore, mi sistemo alla meglio e poi suono ad un campanello, pregando perche' ci sia.

"Chi e'?". Deo gratias.

"Ciao Giulia. Sono Cicatrix. Ho bisogno di parlarti". Silenzio.

"Non abbiamo nulla da dirci".

"Io credo di si. Apri e' importante". Ancora silenzio.

Tlank. La serratura della porta scatta e mi infilo quatto quatto nell'androne.

Postato da: cicatrix a novembre 07, 2004 09:17 | link | commenti

lunedì, 08 novembre 2004

Giulia e' ad attendermi sulla porta di casa. E' sorpresa di vedermi. Ma mostra indignazione.

"Che vuoi?"

"Non mi fai entrare?"

"Tu dimmi cosa vuoi"

"Parlarti"

"Non abbiamo nulla da dirci"

Devo assolutamente entrare in casa sua. Non posso essere troppo accondiscendente perche' si renderebbe conto che c'e' qualcosa dietro. A questo punto potrebbe assumere un atteggiamento di superiorita' e sbattermi fuori dal palazzo. Pero' non posso essere neanche troppo duro, altrimenti si arroccherebbe in difesa e scatterebbe la sciarriatina. E sarei di nuovo perso...

"Io invece credo che mi devi delle spiegazioni".

"Ah, si? Sentiamo per che cosa"

"Per quello che mi hai scritto sulla porta di casa"

"A dirti il vero in un primo momento volevo bruciartela"

"Senti neo-camorrista, che ne sai di quello che mi e' successo?"

"Ti diro' che non me ne importa nulla. E adesso se mi vuoi scusare... ho tanti impegni". Prova a chiudere la porta. Infilo il piede per bloccarla. Mi pare di intuire che il suo gesto sia simbolico. Insisto.

"Ti ricordi l'ultima volta che ci siamo visti? Appena sei partita ho incontrato la mia ex-moglie. Col suo avvocato. Abbracciati" - abbasso leggermente la voce, ma non troppo- "ho scoperto che stanno insieme" - abbasso gli occhi- "e che si vedevano anche prima" - alzo leggermente gli occhi verso di lei e li riabbasso immediatamente, un evidente gesto di umiliazione - "non e' stata una bella scoperta". Divento serio e duro. Lei rimane in silenzio. Ha riaperto la porta. Affondo:

"Era solo questo. Scusami il disturbo". Giro i tacchi e vado via deciso.

"Aspetta. Dove vai? Raccontami". Prima di girarmi mi scappa una risatina nascosta, un gesto insignificante delle labbra che si sollevano per una frazione di secondo, un gesto inequivocabile che potrebbe tradire. Mi volto e riprendo il tiatro.

"Giulia, ti ringrazio, ma anche tu non sei stata tenera con me. E poi sicuramente avrai da fare..."

"No. Davvero, aspetta. Entra. Anch'io ti devo delle scuse". A me Dustin Hoffman mi fa un baffo!

Ora, invero, la reale difficolta' sta nel ricordare tutte le cazzate che ho raccontato a Giulia tutte le volte che ci siamo visti. Infatti, quando questa relazione ha iniziato a prendere una brutta piega ("ma lo sai che con te sto bene? stiamo davvero bene insieme! Ma lo sai che non sei male come compagno? e bello stare (??)con un uomo cosi' interessato alle persone, al mondo che ci circonda" boh...) ho dovuto, diciamo cosi', sviare la sua attenzione. Ricordavo di averle parlato di questa cazzo di ex-moglie, ma di lei non ricordo nulla. Non ricordo neanche il nome... ricordo dell'avvocato che si occupava del divorzio, ma fino a stasera non sapevo che il bastardo immaginario se la spassasse con la mia ex-moglie. Hai capito lo stronza. Io lavoravo e lei si faceva l'avvocato... ma lei come si chiamava??

"E insomma. Raccontami questa cosa di Michela. Deve averti ferito davvero". Grande Giulia.

"Giulia, tu mi leggi nel pensiero. Michela. Michela e' davvero una gran troia. Ecco cos'e'. Pero' devo dirti che adesso sto meglio. I primi giorni sono stati durissimi. Si va bene, la storia era finita. Ma come fai ad accettare il tradimento. Lei lo faceva gia' da diversi anni. Noi parlavamo di figli e lei si trombava l'avvocato... e chissa' chi altro". Esagero.

"Come sei strano stasera". Ahia. Sento concretizzarsi un pericolo. Sto diventando poco credibile... Prendo tempo. Tiro fuori il telefonino dalla tasca interna e lo spengo.

"Cosa intendi?"

"No, intendo che ti ho conosciuto molto distaccato e distratto. Invece stasera scopro un uomo capace di amare. Perche' lo sai che il tuo odio per lei esprime tuttora l'amore che e' stato". Vorrei dirle che non ho capito. Invece le dico piu' semplicemente:

"Si. Forse hai ragione. Sai il dolore ti aiuta a crescere". E dimmi anche dov'e' uno specchio perche' mi vorrei sputare in un occhio senza correre il rischio di sbagliare mira...

"Parole sante. Senti, ti devo delle scuse. Per il disastro sulla porta. Sai mi sentivo umiliata. Adesso mi sento davvero imbarazzatisima. Che figuraccia. Domani ti aiuto a pulire tutto. Perdonami. Certo, pero', che potevi almeno avvisarmi"

"Ma no. Non preoccuparti. Ho gia' fatto tutto. Sai volevo chiamarti, ma davvero mi sono rinchiuso in un silenzio da cui sono uscito da pochissimi giorni. Tu sei la prima a cui racconto questa cosa" - ops: incidentalmente mi e' scappata una cosa vera!- "E' umiliante. Non vado al lavoro da un pezzo... "

"Senti, questo non te l'ho mai chiesto. Ma...di che segno e' Michela?". Prontissimo.

"Bilancia. Perche?". Salvo. Per le successive due ore Giulia si concentra su ascendenti, stelle, oroscopo tradizionale, cinese, celtico, maya senza trascurare l'astrologia  karmica...

"Astrologia karmica? Che cosa sarebbe"

"Sai cos'e' il karma?"

"Vagamente. Dovrebbe avere a che fare con la storia della reincarnazione, dell'equilibrio dell'universo ed altre menate simili"

"Qualcosa di simile. Deduco che non sei un esperto di religioni"

"Deduci bene"

"Ok. il concetto di karma e' semplice. La parola deriva dal sanscrito e significa fareagire, azione. Oppure, ma questa interpretazione dipende dal contesto di riferimento, indica la reazione collegata all'azione..."

"Una sorta di causa-effetto?"

"Bravo. Hai presente la legge della meccanica di Newton?"

"Per ogni azione c'è una reazione uguale e contraria"

"Mmhm. Notevole. Non ti facevo cosi' erudito"

"Grazie. Lo prendero' come un complimento..."

"Bene. Comunque, il nesso e' proprio questo: ogni fattore può essere ritenuto karmico o piu' banalmente avere implicazioni karmiche. L'oroscopo karmico interpreta queste implicazioni e piu' in particolare alcuni aspetti astrologici di maggiore rilevanza"

"Tipo?"

"I nodi lunari, per esempio. In astrologia karmica i nodi lunari collegano una reincarcazione con la successiva. Il Nodo Lunare Sud raccoglie tutte le esperienze che l'anima ha acquisito e accumulato nelle sue vite precedenti. Indica le abitudini negative che hanno improntato la fisionomia dell'anima di una persona"

"Non oso immaginare chi fossi nell'altra vita se mi hanno dato questa fisionomia..."

"Scemo. Poi c'e' il Nodo Nord, che indica invece la direzione verso la quale andiamo in questa attuale vita e spinge quindi l'anima alla crescita"

"Inizio a non districarmi piu' in mezzo a tutti questi nodi...mi e' venuto un nodo alla testa"

"Sempre meglio che non ti venga al pisello". Ride di gusto alla battuta. Non avevo mai fatto caso alla reale passione che questa ragazza mette nell'astrologia. Ad un certo punto della notte, mentre si discute ancora del piu' e del meno mi prende una tale botta di sonno che mi addormento di sasso sul divano.

Mi risveglio al mattino, con l'orgoglio ferito del maschio latino. Sto diventando vecchio? Sara' il mio karma? Comunque meglio cosi'. Non voglio ulteriori implicazioni in questo momento. La storia di ieri sera riapre un sacco di domande una piu' angosciante dell'altra:

1) chi sono questi rompicoglioni che mi perseguitano? assodato che conoscono perfettamente tutti i miei spostamenti, spero non valutino la possibilita' che mi sia rifuggiato presso una donna con cui non dovrei avere piu' rapporti (visti i precedenti che loro conosceranno...)

2) che cosa vogliono? cosa c'e' in questo pacco di cosi' importante?

3) cosa avranno fatto alla mia casa ed alla mia povera macchina?

4) che nesso c'e' tra la telefonata del Drugo di ieri sera e questa storia? Che fine ha fatto il mio amico?

Mi alzo dal divano. Giulia non e' in casa. C'e' un bigliettino sullo specchio in bagno:

Esco a prendere cornetti. Non sparire. G

Accendo il telefono mentre cerco di pisciare centrando la tazza del cesso. Operazione gia' di per se' complicata di prima mattina, per via del priapismo cronico che normalmente attanaglia i maschi nei primi quindici minuti della giornata, e resa ancora piu' difficoltosa dalla mia tempestiva telefonino-dipendenza... Chiamo il Drugo. Il cliente da Lei chiamato potrebbe avere il cellulare spento. Poi mi attaco al computer di Giulia e vado sul sito della motorizzazione. Ieri sera nel marasma sono riuscito comunque a prendere il numero di targa del bastardo. Lo inserisco sul motore di ricerca per vedere il proprietario. Nulla... forse e' stata immatricolata da poco e non e' stata ancora registrata

Cerco un numero sulla rubrica del telefonino. Di un mio amico poliziotto che lavora in un commissariato siciliano. Lo chiamo dal telefono fisso di Giulia.

"Pronto, Gallo? Ciao, sono Francesco? Bene, bene. Tu? tutto ok? A Casa. Eh? Si. I figli? Ottimo, no? No, no, io non ci penso nemmeno. Certo. D'altronde come si dice? Quando c'e' quella... E' ve'? Si, si. Senti, ho da chiederti un piccolo favore, se puoi. Si tratta della targa di una macchina. Si lo so. Capisco. Davvero. Lo sai che non lo farei se... ok. puoi starne certo. Eh. Questi mi hanno inseguito e poi sono entrati in casa mia. Si la denuncia c'e'. Ma a che serve? Coi tempi lunghi. Ma guarda lo sai che non lo avrei fatto se non... Allora, il numero e'.... si, un BMW ultimo modello. Quando pensi? Mah a me servirebbe per ieri. Ah. Ah. Si certo. Dai addirittura in cosi' poco tempo? Ma state diventando davvero efficienti... Senti. Ti chiamo io tra un'ora. Oh. A buon rendere". E con questo rischio la galera per me e per il mio amico.

Rientra Giulia. Si fa colazione insieme e poi lei  deve volare  al lavoro. Io la ringrazio di cuore per l'ospitalita'.

"Non ringraziarmi. La prossima volta rimani sveglio". Mi strizza l'occhio. Le do un bacio sulla guancia. Lei mi dice:

"Non ci pensare piu' a quella stronza di Michela".

"Chi? Ah. Certo. Certo. Quella stronza. Non sara' facile, ma puoi giurarci che ci riusciro'..."

Ci salutiamo e siamo in strada. Mi guardo intorno. Mi sembra tutto in ordine. Mi infilo nel Villaggio Piaggio e mi diriggo verso una cabina telefonica. Faccio il numero di Gallo.

"Eccomi". Non mi lascia il tempo di parlare.

"Chiamami a questo numero....". E riattacca. Faccio il numero che mi ha dato. Risponde Gallo. Incazzatissimo.

"France' ma che cazzo mi combini? Sei scemo?". Parla sottovoce, ma e' alterato di brutto.

"Che cazzo succede?"

"Senti. Non mi chiamare piu'. Io e te non ci conosciamo"

"Gallo, dimmi a chi appartiene quella macchina"

"Vai a farti fottere"

"Gallo, dimmi di chi e' questa cazzo di macchina". Cerco di mantenermi calmo, ma anch'io inizio ad innervosirmi pesantemente. "E' una questione di vita o di morte"

Spero di aver mentito.

"Senti Cicatrix. Se e' cosi' sei nella merda fino al collo. Sai che ti voglio bene. Io ti do questa informzione, ma tu giuri che non mi chiami piu' finche' campi. Ok?"

"Gallo ma che cazzo dici?"

"Giura!". E' assurdo.

"Ok. Te lo giuro". Cala un silenzio che sembra un'eternita'. Adesso Gallo parla con calma, forse con rassegnazione.

"France', te lo dico perche' sei un amico. Nel momento peggiore della mia vita sei stato uno dei pochi a starmi vicino. Questa cosa puo' costarmi carissima. Ma se non te la dico rischia di costare piu' cara a te... La macchina appartiene ai servizi segreti militari. Altro non so". Riaggancia.

Io, invece, rimango con la cornetta in mano a guardare i cornicioni rovinati del Villaggio Piaggio.

Postato da: cicatrix a novembre 08, 2004 01:48 | link | commenti (7)

sabato, 13 novembre 2004

Da bambino volevo fare il detective. Lo dicevo a tutti. I grandi hanno sempre l'abitudine del cazzo di fare questa domanda ai bambini. Cosa vuoi fare da grande? Qualcuno rispondeva l'inventore, qualcuna la maestra, qualcunaltro succube gia' da piccolo, rispondeva io voglio essere come il mio papa'", e tutti a dirgli, macchebraaaavo! qualche altro piu' realista, rispondeva il bandito e si beccava uno scapaccione, perche' a questo mondo si puo' essere sacrosantamente un bandito, ma non si puo' dirlo apertamente; poi c'erano quelli fantasiosi, che rispondevano zorro, goldrake, mazingaZ, uomo ragno, superman e wonderwoman (e questi erano quelli che gia' mostravano chiari segnali di identita' sessuale). E c'era un mio amico che da grande voleva fare l'impiegato comunale. Lui riusciva a zittire tutti. Io piu' banalmente volevo fare il detective... il Magnum P.I. di Porto Cesareo e Torre Lapillo.  Certo da piccolo sognavo di menare fendenti a destra e a manca stendendo avversari e nemici, mentre da grande le prendo di santa ragione, non ho tempo di fare nulla che mi hanno gia' pestato a sangue e se me li ritrovo davanti scappo come se mi volessero chiedere in isposo... Da piccolo hai una prospettiva migliore, tutto qua. Sara' perche' puoi dire ogni cazzata e ti perdonano tutto. Se dicevi una parolaccia o chiamavi coglione un perfetto sconosciuto che ti stava sul culo, ti rimbrottavano ridacchiando. Tua madre se la prendeva con tuo padre chè gli insegni le parolazze e lui rispondeva, ma e' un bimbo. Se davi un calcio all'amica della nonna perche' ogni volta che ti vedeva voleva baciarti salivosa e baffosa. Poverino, e' un bimbo. Se bruciavi la macchina del vicino di casa e quello, essendo ancora piccolino, ti giurava che a 18 anni ti avrebbe spaccato la faccia. Beh. Vantaggi di essere piccoli. La prospettiva e' diversa, non ci sono dubbi. Investigatore privato! Viaggiare alla scoperta delle cose. Elucubrare. Spiare. Cosa fa uno spione? Io non ne ho mai visto uno dal vivo. Sara' perche' i detective nostrani sono bravi o perche' io non ci capisco una sega? Com'e' fatto un guardaculi? Mentre spia dico. Com'e' uno che si fa i cazzi degli altri? Un guardone. E se uno fa lo spione militare, in Italia, che cazzo spia? E se ne andra' in giro in mimetica civile? com'e' una mimetica civile? in giacca e cravatta! Bene. Indizio numero uno: diffidare degli uomini in cravatta!

C'e' poco da ridere. Cogitare necesse est. In latino facevo schifo. Pensa, cristo, non fare lo scemo. Ho visto qualche film di spionaggio e letto qualcosa. Il nostro Agente all'Avana, di Graham Greene, per esempio. Al tizio succede di essere coinvolto suo malgrado in una spy story con contorno di casini galattici. Lui finisce per collaborare... Cazzo, soluzione praticabilissima, ma questi ogni volta che mi vedono vogliono o frantumarmi o terrorizzarmi o farmi superare la barriera del suono su terra ferma...

Cerco di sparire dalla circolazione. Devo togliermi dalla strada... dove l'ho gia' sentita? Devo pensare in fretta. Mi infilo negli uffici del Comune. Hanno una doppia uscita. Entro dalla piazza ed esco nella strada dietro. Deserta. Mi guardo intorno nelle stradine ed entro in una libreria con vetrine d'angolo. Rimango fermo un quarto d'ora, tambasiando libro libro. Squilla il telefono. Il Drugo.

Parto in quarta: "Copas, porca puttana. Dove cazzo sei?"

"Zitto e ascolta! Rispondi rapido! Dove sei in questo momento?". Il Drugo e' deciso. Mi par di vedere i punti esclamativi (!) Non l'ho mai sentito cosi' determinato. Distribuisce ordini da vero leader. Convinto. Soprattuto, non parla romanaccio!

"Libreria Valsacchi". Perplessita'.

"Rimani fermo li massimo 5 minuti. Non un secondo in piu'. Se non arrivo, scompari! Non tornare a casa! Spegni il telefono e non chiamare nessuno!

"Ma dove sei?". Dalla cornetta, sento ruote che sgommano e motori che strillano sguaiati.

"Arrivo". Prende un respiro profondo. "Se non ci vediamo, ricordati quello che ti ho sempre detto: comportati come qualcuno in amore".

"Aoh, Maccheccaz"? Ha riattaccato... Mi sta diventando frocio? Forse voleva fare wonderwoman pure lui? Spengo il telefonino. Guardo l'orologio. MI ricordo che non lo porto mai...

"Scusi che ore sono?"

"10 e venti, caro"

"Grazie. Molto gentile".

Nel dubbio esco prima... meglio che tardi. Mi acquatto sulla soglia di un portone chiuso. Attendo pochissimo. Sento stridere le gomme di un'auto. Gira l'angolo con una sgommata a 45' e accelerazione bruciante. E' il Drugo. Faccio segno con la mano, ma non mi guarda nemmeno. Sento stridere altre gomme. Istintivamente mi butto a terra dietro una macchina. Il Drugo prosegue, svolta l'angolo e scompare. La macchina che insegue frena bruscamente davanti alla libreria. Salta fuori un uomo. Steso sull'asfalto ne intravedo i piedi. Punta dritto alla libreria. Ne esce poco dopo, risale giusto in tempo. La macchina riparte con fragore e puzza di gomma bruciata. Non ho il tempo di ragionare. Scatto in piedi e corro nella direzione opposta. Per un po' mi crederanno inseme al Drugo. Rientro in libreria. Non torneranno mai a cercare nello stesso posto. O almeno spero...

Cosa devo fare? Cosa significa tutto questo caos? Chi e' veramente il mio migliore amico? Cosa ci incastra lui in tutta questa storia? Pensare in fretta. Devo scomparire... Se questi sono dei servizi segreti avranno accesso a qualsiasi dato: telefono, carte di credito, posti che frequento e amici. Arguisco le seguenti conclusioni:

1) ho bisogno di un telefonino nuovo con numero nuovo: non devono sapere dove mi muovo con la mia scheda ed il mio telefono. I cellulari trasmettono continuamente segnali alla rete sulla posizione geografica della scheda telefonica e del cellulare che la contiene. Ogni cellulare ha una sorta di targa di riconosimento che si chiama imei. Tramite l'imei e la scheda telefonica associata, puoi scoprire in qualsiasi momento la posizione di un tizio... ovviamente se sei nei servizi segreti... of course.

2) soldi. mi diriggo al primo bancomat a fare il pieno. probabilmente dopo non potro' piu' usarla. Prelevo il massimo: 250 Euro. Poi mi sbafo il plafon della carta di credito.. In totale 500 euro. Circospetto, entro nel primo store e mi compro vestiti e ricambi. Un berretto e un altro paio di occhiali da sole. Pago con carta di credito. Loro sapranno che mi sono preparato ad una lunga permanenza fuori...

3) devo trovare un auto insospettabile per i movimenti. Escludo gli amici. Conosco un carrozziere che puo' darmene una delle sue di servizio. E so anche che non parla volentieri con sbirri e gente sconosciuta in cravatta. Sara' perche' qualche volta gli ho visto saldare due o tre telai di automobili di diversa provenienza?

4) dove posso fuggire? ho amici in mezzo mondo. Escludo aeroporti e stazioni. Ho il posto giusto. Insospettabile e neanche troppo distante. E' in Garfagnana.

5) vado a farmi un certificato medico e lo spedisco al lavoro... non voglio farmi licenziare!! Beh, questo denota lucidita'... Mia nonna ne saprebbe stata fiera. Bravo! il posto sicuro...

Il tizio della carrozzeria mi fa delle storie. Mi conosce e sa che puo' fidarsi. Gli dico che ho la macchina col radiatore sfondato in un tamponamento e che nel pomeriggio devo portargliela. Mi dice di andarla a prendere subito. Replico che ho da lavorare. Mi guarda e mi dice chiaramente che qualcosa non gli torna. Abbasso gli occhi, rassegnato e gli dico:

"Non posso farmi vedere in giro"

"Da chi?"

"Loro"

Silenzio. Mi guarda perplesso come per dire non ci hai la faccia da delinquente. Gli rispondo con gli occhi che le apparenze ingannano. E incasso la testa nelle spalle. Mi consegna un paio di chiavi e mi dice:

"La panda parcheggiata sulla strada. Se me la rovini, ti tampono io. Se non me la riporti,  ti vengo a cercare anche io". Si e' fidato. Viva la gente ganza. Giuro a me stesso che trattero' la panda come un figlio. Come si rimboccano le coperte ad una panda? Subito un problemone...

"La mia e' sul viale della piaggio o al deposito dei vigili urbani..."

Esco e parto dritto verso la strada che da sottomonte porta a Lucca. Lungo il percorso mi fermo in un negozio di telefonia e compro un cellulare nuovo e una scheda. Faccio manfrine alla titolare del negozio perche' ho dimenticato il documento a casa. Quella non vuole mollare, ma io mi comporto da ragazzo super bravo e alla fine ache lei cede. "Ma ricordati di portarmeli entro stasera". " Puoi giurarci!"

Riparto verso Lucca e poi su per l'Abetone.

Postato da: cicatrix a novembre 13, 2004 00:26 | link | commenti (1)

mercoledì, 17 novembre 2004

E' tardi ed e' insensato iniziare a scrivere. E' tardi e dovrei dormire. C'e' una mezzaluna da togliere il fiato. Stelle come non e' facile vederne in citta'. Stelle che non sapevi ce ne fossero cosi'. Ho una coperta sulle spalle per proteggermi dal freddo pungente di montagna. Nulla che copra tutti i dubbi che mi rodono le tempie. Due neuroni si scambiano un saluto a distanza, senza sinapsi. Il cervello dorme. L'amarezza rimane sveglia. Le incertezze sono fili di un pigiama caldo e scomodo come lana grezza sulla pelle nuda. Tengo le labbra serrate e i denti stretti dentro. Ho l'occhio accigliato; non solo per la penombra. Guardo lontano i disegni della montagna sulle gocce di stelle. Un bestione nero e incombente sul borgo.

"Hai mangiato qualcosa?". Silvia arriva alle spalle e mi coglie di sorpresa. Non l'avevo sentita rientrare.

"Mi hai fatto paura...".

Lei mi sorride: "Scusami, non volevo..."

"Sono andato in quella pizzeria in piazzetta"

"Da Loris? Com'era?"

"Cosi'. Ne ho assaggiate di meglio... Com'e' andata la serata?"

"Un po' come la tua pizza... In questo periodo c'e' ancora qualche agriturista tedesco o inglese. Dalla prossima settimana saranno terminate anche le ultime prenotazioni...".

Rimango in silenzio ad assaporare la notte e il freddo sulla faccia. Odio il freddo, ma in questo momento mi fa sentire vivo, mi fa percepire un barlume di realta'. Quella che mi sta sfuggendo di mano. Brancolo nel buio come uno stuolo di poliziotti alle prese col delitto perfetto.

"Francesco, ti vedo preoccupato. Vedrai che si risolve tutto. Quelli prima o poi si dimenticheranno di te e del pacco e andranno a tormentare qualcunaltro".

"Mi tormenta il pensiero di essere entrato in una storia senza saperne il perche', il percome e il percazzo..."

"Il per-cosa?"

"Niente. Rientriamo che mi si gela il cuoio ex-capelluto"

Ci sediamo sul divano e accendiamo la tele. Silvia si mette il pigiama e viene a sedermisi affianco. Fuori c'e' un silenzio incredibile. Il silenzio di Montefegatesi.

Rifuggiato in mezzo alle montagne....

"Ma qui siamo in provincia di Lucca o Pistoia?"

"Lucca"

Rifuggiato in mezzo alle montagne della lucchesia, impiegato di multinazionale leader del settore, ricercato dai servizi segreti, flirta con ex-concubina condiscendente. Pare il titolo di un film dellaWertmuller...

"Boh. Pensavo Pistoia..."

"Mmmh. Inizi a preoccuparmi. Da quand'e' che tanto per dire qualcosa dici cazzate?"

"Da circa 5 secondi"

"E dovevi iniziare proprio in casa mia?"

"Non sapevo dove andare..."

Silvia mi guarda fisso con un mezzo sorriso. Mi stravacco e mi preparo ad abbassare le difese nei confronti della botta di sonno. C'e' un programma sportivo della notte che parla della crisi in casa Inter.

"Se parlano dell'Inter dovrebbero abolire la parola crisi e sostituirla con la parola normalita'".

"Ci stavo pensando...", dice lei.

"All'Inter?"

"No. Che m'importa dell'Inter. Non ricordo perche' ci siamo lasciati..."

"Perche' tu ti  facevi tutti i turisti tedeschi, spagnoli e inglesi che passavano dal tuo agriturismo".

"Ma cosa dici? E' succeso solo con uno e sai bene che l'ho fatto per ripicca. Eri tu a curare le relazioni internazionali...".

"Su questo ti sbagli, cara. Nel periodo in cui siamo stati insieme io non ti ho mai tradito. Ti diro' che questa cosa mi e' pesata non poco quando mi hai mollato..."

"Non ricordo come ci siamo mollati..."

"Oh, quello lo ricordo perfettamente. Ti trovai abbracciata al tizio in uno scambio inequivocabile di effusioni e me ne andai"

"Quindi non litigammo?"

"E perche' avremmo dovuto? Avevi fatto una scelta. Bene cosi'. O no?"

"Che maschio orgoglioso"

"Che maschio org-oglione. Sai quante volte mi sono pentito di non aver spaccato la faccia a lui e insultato oltremodo te?"

"Non ci credo. Non sei tipo"

"No. Sono panda."

"Cosa?"

"Nulla, nulla"

Silvia si alza e mette su un po' di musica. E' jazz. Sa che mi piace il jazz. Mi tira su in una danza improbabile ma riuscita. Sono ancora indeciso se svenirle in braccio o reagire da maschio latino. Opto per la seconda scelta, tagliando il latino.

"Senti ma qui ci sono mai entrate le vipere?"

"Le vipere?"

"Si senti questa. Mentre mi trovavo in pizzeria c'erano due tizi, seduti al tavolo affianco. Uno di questo raccontava di aver trovato una vipera in casa che si e' nascosta sotto la credenza della cucina. Allora sono andati a spostare il mobile e pare abbiano trovato addirittura un nido..."

"Un nido di vipere sotto la credenza??? O mio dio..."

"Infatti. Strano vero? E insomma, questo pare che abbia provato a tirarla via con una scopa, ma ha fatto un errore e la vipera lo ha morso..."

"Oddiodio"

"Capisci, in casa sua"

"E che hanno fatto?"

"Pare l'abbiano portato in farmacia per prendere il siero antivipera, ma non ce l'avevano e comunque non potevano darglielo..."

"Si. Ho sentito che la legge prevede venga somministrato sotto stretto controllo in un ospedale"

"Esatto. Cosi' questi si sono dovuti sobbarcare venti chilometri di discese fino a Bagni di Lucca e da qui fino a Lucca stesso. Per farla breve lo hanno salvato per un pelo"

Silvia ha un sobbalzo e si gira di scatto a guardarsi tra i piedi e intorno.

"Ti rendi conto. Qui avete le vipere che vi entrano in casa"

"No. Ma grazie. Terrorizzami a puntino. La prossima volta che la CIA ti verra' a cercare trovati un altro posto, stronzo".

Le sorrido. "Scusa, ma io cosa c'entro se qui avete le vipere domestiche. Comprati un collarino, no?"

Mi stringe la mascella con la mano e mi bacia con violenza. Poi dice a denti stretti:

"Te lo do io il collarino"

E senza sapere come ci ritroviamo nudi sotto le coperte calde, a muoverci lentamente, infilato tra le sue gambe agili e accoglienti. Finalmente un momento di sollievo. Mi concentro sul suo corpo con tutta l'anima. Lei freme continuamente di piacere finche' non lo facciamo insieme... a lungo. John Coltrane ci accompagna discreto. E in quel preciso istante una folgorazione, un fulmine, un raggio di sole che si incunea dalla finestra e mi colpisce in pieno viso, esattamente come l'alone di santità che colpisce John Belushi nella chiesa in cui, spinto da Cab Calloway, assiste alla messa di James Brown:

"LA LUCE, HO VISTO LA LUCE...". Mi scuote un tremore ed ho quasi voglia di piroettare e fare salti mortali come Jake ed Elwood Blues.

Silvia si scanta: "Ma che ti prende?"

E invece di dire "LA BANDA... LA BANDA..." mi controllo e dico: "Ho capito tutto!"

"Cosa hai capito?"

"Cosa voleva dirmi James Brown!"

"James Brown??". Silvia e' sbalordita.

"Il Drugo, scusa, cosa voleva dirmi il Drugo... comportati come qualcuno in amore. Gran figlio di puttanazza".

Sono talmente esaltato dall'intuizione che ho di nuovo il pisello in tiro. Abbraccio Silvia e la tiro verso di me. Lei non si tira indietro e a sua volta mi tira a se'. E in mezzo a questo tira e molla, la tiro su e trombiamo di nuovo come due bravi ricci nel borgo di Montefegatesi sulle montagne della lucchesia...

Postato da: cicatrix a novembre 17, 2004 01:38 | link | commenti (9)

domenica, 05 dicembre 2004

Il jazz club a quest'ora e' vuoto. E' ancora presto. L'atmosfera e' quella di preparativi per una serata di routine. Le persone in giro si muovono sicure, con la perizia di chi sa cosa deve fare. Le luci sul palco sono soffuse, ma stonate rispetto all'armonia dei momenti di musica vera. C'e' troppa luce all'ingresso. E c'e' il proprietario, un signore sui sessanta che ama le camicie con i colletti alti a tre bottoni.

"Guarda chi si rivede". L'uomo mi osserva sorridente e superiore. E' vestito bene, con un completo firmato senza cravatta. Da perfetto pappone.

Non gli sorrido. Mi rivolgo alla barista: "Fammi un Black Russian". Lei mi guarda dubbiosa e poi guarda il suo capo, che le fa cenno con la testa di procedere. Prendo 10 euro e li poso sul bancone. Mi guardo in giro. Il gruppo che suonera' stasera sta provando gli strumenti.

"Che ci fai da queste parti?". L’uomo si e' avvicinato al bancone e a me. Mi arriva una zaffata del suo profumo super-figo ultima moda. Nauseante.

"Tu sai perche' sono qui".

L'uomo mi squadra con aria incerta: "E perche' dovrei saperlo?"

La risposta e' diretta. Mi convinco che lui sa. Non so neanche esattamente cosa. Ma lui sa. E' una sensazione fortissima.

"Il Drugo mi ha detto di venire qui". Rimane impassibile. Il cocktail e' pronto. La barista fa il gesto di prendere i 10 euro ma l'uomo la blocca con lo sguardo. Lei si ritira con la coda tra le gambe e si affaccenda in altre faccende. Io lascio stagnare il deca sul bancone e sorseggio. Troppa kahlua.

Il pianista della band si avvicina al proprietario:

"Carlo, proviamo a registrare un pezzo di prova?".

"Arrivo, caro. Dammi cinque minuti". Il pianista si allontana e il proprietario si rivolge a me: "Non vedo il Drugo da un bel pezzo". Sta mentendo spudoratamente.

Butto giu' il resto del bicchiere e lo osservo in silenzio. La mia sensazione non era sbagliata. Lo stronzo sa tutto. Poi continua.

"Non ti fai vedere da un pezzo"

"Non ne vedo il motivo"

"Non dirmi che vuoi ancora rivangare quella vecchia storia"

"Quella vecchia storia e’ successa l’anno scorso".

"Va bene. Vuol dire che io e te abbiamo due concetti differenti di profondita' temporale"

"Io e te abbiamo tutto di differente. Grazie a dio".

Il tizio mi osserva ancora con un sorrisetto da schiaffi e con quell'aria supponente da caprone arricchito: "Voi idealisti. Siete uno spasso".

Stringo il pugno nella tasca destra. Avrei una gran voglia di spaccargli il grugno, se non temessi di sporcarmi le nocche di merda. Perche' questo Carlo Miceli e'(!) un uomo di merda. Appena un anno fa, io e il Drugo gli presentammo una coppia di amici musicisti. Lei una voce fantastica e una personalita’ della madonna; lui un ottimo chitarrista e un tipo tranquillissimo; una sorta di Tuck&Patty de noantri. Gli chiedemmo di farli suonare nel suo locale per farsi un po' di pubblicita'. In realta' avevano gia' un discreto nome e quindi la serata era garantita. Una coppia coi fiocchi. Questo Carlo qui, pero', si invaghisce della donna. La tampina a tutte le ore, finche’ il ragazzo non si fa prendere i cinque minuti, aspetta ‘sto Carlo all’entrata del locale e gli spacca la faccia come un cocomero. Tutto bene, senonche’ il tizio si fa venire una brutta emorragia e finisce in ospedale. Gira e rigira ‘sto Merda-men denuncia il chitarrista (e questo ci puo’ stare), ma lo denuncia per tentato omicidio, si inventa tutta una storia su minacce di morte e altre stronzate simili e lo fa sbattere in galera. Ora tutti eravamo convinti che se la sarebbe cavata con qualche grana e fine della buriana. Invece escono fuori un paio di testimoni tutt’altro che affidabili i quali confermano una storia assurda e morale della favola il mio amico finisce al buio per un pezzo. Come in tutte le brutte storie, quando pensi che l’incubo sia finito succede che qualcosa gira male. In questo caso gira voce che Merda-men si sia scopato la cantante. Ovviamente non e’ vero, ma si sa come sono le voci: una volta che partono, indipendentemete da chi le abbia messe in giro, acquistano il valore di vangelo secondo-il-primo-che-capita. Il paese e piccolo, la gente mormora e guarda caso mormora proprio vicino alle sbarre del mio amico che, gia’ disperato di suo per come butta male la sua vita, ha la bella alzata d’ingegno di evadere, aiutato non si capisce bene da chi. Quando lo riprendono si becca anche la condanna per evasione ed e’ bello che fottuto… andato… Tutto grazie a me e al Drugo che gli abbiamo presentato questo stronzo qui di fronte, che adesso viene a darmi lezioni di ‘stare al mondo, vol. I’.

“Sempre meglio di voi nichilisti dell'ultima ora”

“Cosa vuoi? La vita e’ come il mare. C’e’ chi nuota e c’e’ chi va in barca. A me non piace nuotare…” Ride di gusto all’uscita filosofica del cazzo.

Mi guardo intorno per prendere tempo, vuoi vedere che mi sono sbagliato? Devo aver sbagliato posto. Like someone in love, John Coltrane. Una traduzione degna del Drugo. Sono sicuro che con quella frase mi avesse detto di venire qui. Un jazz club, quello in cui si passava le nostre serate a bere black&white russian, di quelli buoni, quelli di Amed l’Egiziano, che ora ha aperto un locale tutto suo e ha lasciato i cocktail di questo posto in mano ad una incompetente.

Va bene shitmen hai vinto tu. E poi non mi va certo di parlare di filosofia con questo. Senza salutare mi avvio alla porta ed esco a prendere una boccata d’aria. Una serata pisana fresca d’autunno. Ci vorrebbe una sigaretta, ma ho smesso da un pezzo.

“Cicatrix”. Mi sento chiamare da dietro. Mi giro. Carlo Miceli mi guarda con la solita aria da stronzo in canotto. Odio sentirmi vezzeggiare da una persona che ho saldamente avvinghiata ai coglioni.

“Senti, caro… il Drugo mi ha detto di darti questa”. Una busta da lettere sigillata.

Senza dire nulla la prendo e me ne vado.

“Non mi ringrazi?”

"No"

 

Salto sulla panda. Mi guardo intorno. Nessuno in vista. Almeno secondo la mia enorme esperienza di spionaggio… Apro la lettera del mio amico mad-drugo e provo a leggerla alla luce del lampione:

“l’altra sera ho telefonato a quella nostra amicona troiona -e gia’ rido- quella con tre numeri diversi che dava ai suoi amanti. Questa mi dice che mi stava pensando e che non crede io sia riuscito a farlo tutte quelle volte in una sola notte con la negrona cubana. Ma prima io le ho detto che se considero il numero di casa di quello stronzo dell’amico nostro sulla Sila e poi aggiungo le sberle che desti a Giovanni quella sera che eri ubriaco e soprattutto quelle che ti diede lui (ma quante birre a testa ci facemmo quella sera famosa a Londra in tre?).Beh allora sai che ti dico. Che gli spioni ce lo puppano alla grande”.

Rido di gusto un po’ per la lettera e un po’ per i ricordi. Ma tu guarda che cazzo si va a ricordare quellaltro. In un momento cosi’, poi. Metto in moto la macchina e parto verso Montefegastesi.

Allora. Ricapitoliamo. Il Drugo non e’ impazzito. Mi ha chiesto di chiamarlo su questo numero di telefono. Ha usato un codice impossibile da decifrare anche se sei il tizio piu’ intelligente del mondo, perche’ certe cose, non si possono decifrare solo con l’intelligenza e tantomeno con un computer.

La tizia dei tre numeri era una che frequentava il Drugo. Me ne parlava amorevolmente: “Un tegame pazzesco, copa’. Quella e’ una maga del cazzo”. La maga aveva un numero che iniziava per 340. Me lo ricordo perche’ il prefisso era uguale al mio e perche’ ragionavamo, con grande senso della cultura, che i numeri di telefono delle mignotte sulle riviste hard iniziano tutte per 340… pure illazioni. Le volte che lui dice di averlo fatto con la cubana sono 7 (anche se a me rimane il dubbio che siano 0) e soprattutto prima del 7 ci va il numero 4, il civico (sbagliato) del nostro amico Domenico di Reggio Calabria, che evidentemente nella concezione geografica del Drugo si trova sulla Sila…

Dietro quel numero c’e’ tutta una storiaccia di indirizzi sballati e mezza giornata persa in giro per Reggio Calabria quando andammo a trovare quello stronzo di Domenico (che stronzo non e’, ma in quella mezza giornata nelle nostre teste lo fu di brutto…). Le sberle che diedi a Giovanni furono 2, ricambiate alla grande (questo me lo hanno raccontato, perche’ io non ricordo di averle ne’ date ne’ ricevute…) e quella sera a Londra, quella fantastica serata londinese, non bevemmo neanche una birra perche’ ci scolammo mezza cantina a sbafo nel ristorante di Vito, accompagnata dalla migliore vellutata di verdure e legumi mai assaggiata (cuoco italiano ovviamente) e da discorsi filosofici sull’esistenza, l’amore, la mafia e le migliori vellutate mai assaggiate. Senza fermarmi sul ciglio della strada come codice della strada imporrebbe, colto da improvvisa delinquentite da asfalto, compongo il numero 340472….. aggiungo il prefisso #31# per oscurare il numero.

Risponde la voce di un uomo anziano che non parla. Semplicemente urla.

“Chi e’?”

“C’e’ Michele?”. In una perfetta esecuzione di mirroring, urlo come un perfetto coglione anch’io.

“Chi??”

“Michele. Il Drugo.”

“Chi?? Ma chi e’?”

“Mi sa che ho sbagliato numero”.

“Ma chi e’?”

Avrei una gran voglia di dirgli “sto cazzo” e poi riagganciare, ma mi trattiene un innato rispetto per le persone anziane e non lo faccio.

“Mi scusi ho sbagliato numero”

“Ah. Ma vafangul”. Clic

E tosto mi pento di non avergli mancato di rispetto…

Il primo tentativo non e’ andato a buon fine. Provo a cambiare il numero. #31#340402..

Al secondo squillo, risponde il Drugo. Eureka.

“Copas, ma che cazzo succede”

“Da dove mi chiami?”

“Dalla macchina”

“Quale macchina?”

“Di uno che me l’ha prestata”

“Uno che conosco? Aspetta. Non me lo dire. E’ sicura?

“Cinture di sicurezza nella norma, senza airbag e senza ABS, gommata nuova.”

“Vaffanculo”

“Anche a me fa piacere sentirti. Sono contento che non ti abbiano ucciso… ancora!”

“Non e’ il momento di scherzare. Hai capito in che situazioni ci troviamo?”

“Direi proprio di no. L’unica cosa che ho capito finora e’ che non ci ho capito una minchia”

“Mmmh. Meglio cosi’.”

“Scusa, ma tu in tutto questo cosa ci incastri?”

“Discorso lungo. Te lo racconto domani.”

“Domani?”

“Hai un posto sicuro per questa notte?”

“Come quello di ieri”

“Ok. Adesso ascoltami bene. Ricordi il benzinaio vicino alla casa dove abitavamo?”

“Quella a Collesalvetti?”

“Bravo. Ora dietro al secondo benzinaio c’e’ un casale abbandonato. Quando entri sulla destra c’e’ una scala che va al piano superiore. Attento perche’ e’ cadente. Al primo piano c’e’ una intercapedine tra la porta delle stanze. Sopra alla trave portante c’e’ un buco. Dentro troverai un plico…”

“Vuoi dire… IL plico?”

“Si”

“Ma come c… Tu mi devi dire un bel po’ di cose”

“Non ora”

“Quando?”

“Ti ho gia’ risposto. Adesso vai a prendere questo coso e se ci va bene domani sera e’ finito tutto. E… una cosa imprtantissima: non aprirlo. Se c’e’ una sola speranza che io e te ne usciamo vivi, dipende da questo. Non devi aprirlo, capito?

“Ok. Ho capito”

“France’,- il tono si e’ fatto piu’ leggero- Chiamami per darmi conferma appena lo hai preso”

“Va bene” Rimango muto per un po’. Vorrei dirgli che l’ho finalmente scoperto, che e’ un cazzaro, che lui la cubana non se l’e’ mai trombata davvero… E invece riaggancio, inverto la direzione di marcia e torno verso Pisa. La supero e vado verso Vicarello percorrendo la ss206. All’altezza indicata dal Drugo scorgo il rudere, ma non vedo la strada. Devo girare a lungo prima di capire che lo sterrato per arrivarci e’ una traversa dell’arnaccio, una strada perpendicolare alla ss.206. C’e’ buio, ma non e’ un buio pesto. Fermo la macchina e rimango 10 minuti in silenzio per capire se sono solo o se ci sono coppiette in giro. Via libera. Scendo dall’auto e mi diriggo verso la casa. Dentro e’ piu’ tetra di quanto gia’ non temessi … tra fruscii e rumori di tutti i tipi, quattro o cinque infarti rischiati e l’occhio piu’ o meno abituato all’oscurita’ riesco a salire le scale, trovare l’intercapedine e prelevare il plico. E’ leggero. Avrei una voglia matta di dargli un’occhiata, ma il Drugo non e’ mai serio e quando lo e’ e’ perche’ dev’essere cosi’. Punto. Scendo le scale velocemente, salto in macchina e parto in quarta. Chiamo il Drugo.

“Ho il pacco”

“Bene. Domattina alle 10 ci troviamo a Marina di Massa. Tu sai dove. Porta il pacco”

“Ok. Preparati un bel po’ di spiegazioni, perche’ domani voglio sapere tutto”

“Quello che posso. ‘Notte”

Il viaggio e’ piuttosto lungo. Tra curve e tornanti sono in cima alle due. Silvia mi aspetta in piedi. E’ preoccupata. E appena mi vede entrare le vedo cambiare il viso in felicita’. La abbraccio e le do un bacio sulla guancia. Ci buttiamo sul divano e le racconto ogni cosa. Mi frulla in testa qualcosa, un ricordo, una musica di sottofondo, poi m'addormento.

Ho imparato a sognare,/che non ero bambino/che non ero neanche un'età
Quando un giorno di scuola/ mi durava una vita/ e il mio mondo finiva un po' là
Tra quel prete palloso/ che ci dava da fare/ 
e il pallone che andava/ come fosse a motore
C'era chi era incapace a sognare/ e chi sognava già.
Ho imparato a sognare/ e ho iniziato a sperare/ 
che chi c'ha da avere avrà/ 
ho imparato a sognare/ quando un sogno è un cannone,/ 
che se sogni ne ammazzi metà
Quando inizi a capire/ che sei solo e in mutande
quando inizi a capire/ che tutto è più grande
C'era chi era incapace a sognare/ e chi sognava già
Tra una botta che prendo
e una botta che dò
tra un amico che perdo
e un amico che avrò
che se cado una volta
una volta cadrò
e da terra, da lì m'alzerò
C'è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò
 
Ho imparato a sognare,/ quando inizi a scoprire/ 
che ogni sogno ti porta più in là
cavalcando aquiloni,/ oltre muri e confini/ 
ho imparato a sognare da là
Quando tutte le scuse,/ per giocare son buone
quando tutta la vita/ è una bella canzone
C'era chi era incapace a sognare/ e chi sognava già

Postato da: cicatrix a dicembre 05, 2004 14:40 | link | commenti (13)

giovedì, 06 gennaio 2005

"Oh certo, che tanto male che vada ti fanno fuori. Capirai che perdita".
"Beh, io ci tengo". Guardo Giulia con astio e lei mi urla in faccia: "E allora tienitela".
”Ma di che parli?”
”Di me. Di te. Di noi”
C'e' solo una risposta possibile: "Mi pare un dialogo non-sense"
"E' allora? Cosa  vuoi capire tu?". 
Scompare dalla mia vista poco prima che entri un koala dalla finestra. Mi fissa col tipico faccino triste della specie.

Indubbiamente faccio sogni assurdi e lo sono ancor piu' perche' mentre li faccio sono cosciente di vivere situazioni oniriche. Adesso mi sveglio e vedo che ore sono. Ho estrema necessita' di una sana minzione. Albeggia e Silvia dorme ancora. Faccio una doccia e visto che ci sono mi sparo una ricca sega per stemperare la tensione ed il sogno del cazzo appena fatto. Eiaculare aiuta a pensare. Lo diceva sempre mio nonno. Anche se poi e’ morto per problemi alla prostata.

Mentre preparo un caffe' posiziono il pacco sul tavolo e inizio a scrutarlo, voltarlo, pesarlo, scuoterlo: cosa ci sara' qua dentro che valga la vita di un uomo. La mia in particolare. Se ci fossero soldi, peserebbe di piu’. Se pero’ fossero in banconote da 500 eurazzi al pezzo? No varrebbe comunque poche migliaia di euro. Ci sara’ qualche microchip con segreti super galattici… ma perche’ far viaggiare una miniaturizzazione con posta ordinaria…. Per non dare nell’occhio… No. Con posta ordinaria, proprio no. Un momento…. Non ci sono timbri postali. Bingo! No aspetta. Bingo un cazzo. Cosa cambia? Invece di averlo portato il postino lo ha portato qualcuno non-postino…ma vuoi mettere quanto e’ sospetto il postino? Quello che suona due volte? E perche’ proprio a me? Indubbiamente mi manca la disciplina mentale.
Le certezze della sera prima si sono dissolte e i dubbi generati dal panico sono diventati un ricordo lontano. Adesso sono al sicuro. Al riparo della propria tana, gli animali riprendono coraggio. Alcuni sono pronti a sbranare chi osi entrare nel loro territorio. Alcuni, guardinghi, si difendono oppure, lungimiranti attaccano preventivamente le tane altrui. Altri, infine, passivi e merdaioli, si accontentano di fare i coraggiosi picchiando le mogli o i figli. Io non ci capisco una sega e subisco gli eventi. Poi siccome sono incapace di difendermi con la forza dalle aggresioni, mi dichiaro pacifista, postulo la non violenza e litigo con gli altri automobilisti… rigorosamente a distanza. Ci sarebbe da farne un documentario di Piero Angela…
Ok. Ho bisogno di un caffe' doppio, perche' i miei pensieri iniziano a sbandare pericolosamente di primo mattino. Silvia sente l'odore della colazione e salta giu' dal letto pimpante come un quarto di pollastrella alle 4 di pomeriggio. Come fara', non lo so proprio (la pollastrella, intendo).

"Sei preoccupato?"
"Un po'"
"Vedrai che andra' tutto bene"
"Speriamo"
"Credi che poi ti lasceranno in pace?"
"Non so".

Silenzio.

“Tu pensi che se avessi una famiglia pichierei mia moglie e i miei figli?”
Silvia mi guarda impassibile, con la tazza di caffelatte e risponde senza scomporsi (ma si legge negli occhi che sta pensando ok, e’  impazzito):
”No. Non ne saresti capace. Ma questo non fa di te un uomo virtuoso”
”Capisco”
”Come mai questa domanda cosi’ attinente al momento che stai vivendo?”
”Follia pura”
”Capisco”
Rimaniamo cosi’ in silenzio. Silvia continua a guardarmi con la tazza del caffelatte in mano. Sorseggia lentamente. Decide di non salutarmi sulla porta. Si vede che e' decisamente piu' ansiosa e preoccupata di me. E infatti cede.
"Senti..."
"No!"
"Ma..."
"No!"
"Insomma..."
"Ho gia' risposto"
"E se ti servisse una mano? Se corressi un pericolo"
"No. Stanne fuori e basta".
Schiocco un bacio, saluto e vado.

Mentre diriggo verso Marina di Massa telefono al Drugo. Telefono spento. “Il cliente da lei chiamato, potrebbe avere…” cosa potrebbe avere? Diarrea cronica? Colpo apoplettico? L’anima de li mejo?
Quali domande posso fare al Drugo per capire cosa sta succedendo? E’ strano come si faccia presto ad abituarsi alle piu’ disparate situazioni che la vita ti riserva. Fino a qualche giorno fa per me il Drugo era un’altra persona, un fancazzista, brillante, certamente, ma decisamente inaffidabile. Adesso e’ la mia ancora di salvezza. Se me l’avessero raccontato ci avrei fatto una grassa risata e poi avrei scommeso oro sul contrario. E avrei perso. Pare la metafora dell’esistenza. Uno cresce convinto che un giorno diventera’ qualcuno (“magari non il primo della lista, ma neanche l’ultimo degli stronzi”). Anche solo giocando al SuperEnalotto, ma cazzo, continuera’ a coltivare un sogno che per il 99% dell’umanita’ rimarra’ tale (trasfermandosi di fatto nel proprio incubo personale di irrealizzazione). Nel frattempo ti fanno credere ogni giorno che, rispetto ai loro modelli di realizzazione, ce la puoi fare: Tizio ce l’ha fatta. Caio ha svoltato. Sempronia era una mignotta e adesso e’ principessa di un posto qualsiasi. Nessuno ti dice, pero’, che gran parte di quelli che ce la fanno, hanno cognomi e parentele “importanti” (“Sempronia” per esempio). Ce la fa anche qualche figlio di operai. Ma nessuno ti dice che questi pagano dazio 10 volte tanto. Ti fai un film in testa e di quel film realizzi appena i titoli di testa… Ma almeno ci credi. Poi un giorno ti dicono che la pellicola e’ finita e senza dirti nulla te la tolgono. Adesso devi comprarla. E inizi a lavorare per pagarti la pellicola del sogno. Poi va via anche la cinepresa. E lavori per pagarti la cinepresa. Poi inizia a mancarti dell’altro. E lavori per pagarti anche questo. Alla fine lavori per pagarti il contorno e al film non ci pensi piu’. Ti sei dimenticato il perche’ di tutto. E infine qualcuno sussurra che e’ importatissimo avere una cinepresa coi controcazzi, altrimenti sei un coglione. E pensi. Qui scatta la rivoluzione. E mentre ci stai pensando vedi che la gente sgobba per gli altri, convinta di farcela (a fare che?); si accontenta delle briciole e ama vedere sulle riviste scandalistiche la vita degli schiavisti sognando, solo con la testa, di vedersi al loro posto. Assurdo. Ma io non diventero’ cosi’. E invece proprio mentre lo stai pensando, ti guardi allo specchio… e sei uguale agli altri stronzi… anzi l’ultimo degli stronzi, perche’ mentre pensavi di fare la rivoluzione sei rimasto indietro…

Parcheggio la Panda dietro l’angolo del Bagno Primavera ed entro nel bar di fronte all’entrata. Sono in perfetto orario. Prendo un caffe’ e mi fermo sull’uscio per guardare il traffico. Non attendo molto. Dall’altra parte della strada si ferma una Bmw che mi pare familiare. Cristo. E’ il finto avvocato Luperini con quell’armadio di Salvatore alla guida. Iniziano a tremarmi le gambe. Cerco di calmarmi, respirando. Tecniche yoga. Vado in iperventilazione dopo tre secondi. Giro i tacchi e pago facendomi scivolare due volte di fila i soldi dalle mani. Poi chiedo al proprietario:
“Dov’e’ il cesso”. L’uomo si ferma a guardarmi con un misto di perplessita’ e principio di incazzatura.
”Ehm… un bagno. Volevo dire un bagno…”. L’uomo me lo indica con un cenno della testa.
Prima di chiudermi scorgo il caca-vasi e lo pseudo-avvocato (pero’, bella coppia) diriggersi verso il bar.
Il pacco e’ nella macchina, sotto il sedile del guidatore. Dovrebbe essere al sicuro se non hanno idea di quale macchina stia utilizzando. “Se”, appunto.

Mi attacco con l’orecchio alla porta e ascolto il conciliabolo tra il proprietario e i due. Ovviamente quel bastardo merdoso di armadio chiede dove sia un bagno e il proprietario rispondere che e’ occupato. Dopo due minuti sento bussare.
”Ne hai per molto?”
Vorrei rispondere: “falla nel portaombrelli all’entrata, stronzo”, ma ho gia’ scavalcato la finestra strappandomi la tasca posteriore dei pantaloni nel saltare. MI arrampico sul fico dell’orto e poi in strada. Corro nella direzione opposta a quella dell’entrata. Giro l’angolo e mi posiziono in attesa per osservare quello che succede nel bar. Del Drugo nessuna traccia. Il telefono e’ sempre spento. All’improvviso vedo i due uomini saltare fuori dal bar di corsa. E guardarsi in giro. Fortunatamente si girano entrambi a guardare prima a sinistra, dandomi il tempo di ritirare la testa e iniziare a scappare via. Mi infilo in una boutique. La commessa si avvicina solerte:
”Desidera?”
Io sudo come un cammello nel deserto ed ansimo come un asmatico alla stramilano.
”Nulla” le urlo come un ossesso. Lei si ritrae spaventata.
”Ehm –grugnisco col naso e abbasso il volume- Nulla… solo vedere se trovo qualcosa per me”. Mi guardo intorno. E’ una boutique di indumenti femminili. Guardo la commessa. Mi fissa con sguardo perplesso.
”Si…-mi tocco nervosamente l’orecchio destro- si… Una vecchia passione. Di mia moglie. Un regalo, ecco. Un regalo per mia moglie”. Sorrido ebete.
”Bene. Cosa vuole regalarle?”. Butto gli occhi sulla prima cosa.
“Quello”. Un perizoma fantasia trasparenze con ricami orientali. Orrido.
”Che taglia ha sua moglie?”
”La quarantotto”. Stavolta rispondo pronto.
”Bene. Quarantotto”. Ci penso su un attimo e mi rendo conto dell’effetto perizoma su un culone taglia abbondante. La commessa si piega a verificare le taglie e dallo specchio vedo sfrecciare la Bmw. Via libera. Esco dal negozio e volo in direzione della macchina. All’altezza dello stabilimento balneare vedo un uomo uscire dal portone e un bastone dietro. Non ho il tempo per capire. L’uomo mi sferra un calcio dritto nello stomaco. Mi piego in due come un canotto sgonfio. Cado in ginocchio. L’uomo, un pelato con riporto, mi afferra per il bavero, mi porta dentro il bagno deserto e mi sbatte contro il muro.
”Come va?”. Il finto-Luperini, con un bastone in mano, e l’altra mano nella tasca del cappotto verde scuro, si piazza davanti e mi sbeffeggia con il suo sorrisetto istrionico del cazzo. Ho un male cane alla bocca dello stomaco. Stringo i denti e commetto il primo errore
”Come ‘sto cazzo”. Pugno dritto nello stomaco. Il bavoso pelato afferra il mento e mi sbatacchia la testa al muro. Non e’ una bella sensazione.
”Dov’e’ il pacco?”. Insiste.
Respiro. Stringo gli addominali e commetto il secondo errore.
”Ce n’ho uno grosso in mezzo alle gambe…”. Altra botta in testa. Il liscio di capo fa un passo indietro e poi fa partire un destro che mi arriva dritto sullo zigomo. Barcollo e cado sul fianco destro. Cazzo se fa male. MI rialzo subito per evitare i calci.
“Ok. Ok. Mi arrendo”. Palla di vetro si ferma e si rilassa. Il suo capo sorride soddisfatto.
“Bravo, Cicchitti”
”Cecchetti. Mi chiamo Cecchetti”. Di scatto parto con un collo pieno nelle palle del picchiatore, spingo di lato il vecchio cappottato e parto verso il cancello. Salvatore mi sbarra la strada con la pistola spianata in faccia. Impallidisco all’istante e mi blocco. Chiudo gli occhi e sento le gambe molli. Vorrei dirgli “non e’ la prima volta che mi puntano una pistola in faccia”. Ma sarebbe una balla alla Pulp Fiction e il terrore impedisce alla lingua di muoversi. Istinto di sopravvivenza.
”Butta la pistola, stronzo”. Riapro gli occhi. Il Drugo punta un cannone alla tempia di Salvatore, che obbedisce lesto.
”Buonasera, Avvocato. Pare che finalmente siamo riusciti ad incontrarci”. Rimango a bocca aperta. Il Drugo parla come il clone perfetto di callaghan e james bond. Io invece il fratello der monnezza:
”Avvocato faccia di culo. Non ridi piu’?”. Indubbiamente fa un altro effetto scenico…
”Non credo l’abbia autorizzata a darmi del tu”.
”Me ne stracatafotto, coglione”. Il fratello trucido der monnezza.
”Basta”. Il Drugo e’ deciso. Si rivolge al pelato.
”Giachetti, non fare stronzate. Tieni le mani in alto. Avvocato tiri fuori la mano dalla tasca e getti via il bastone”.
L’avvocato tira fuori la mano e lancia in alto qualcosa in mia direzione. Lo sguardo del Drugo si sposta solo per un attimo e Salvatore si avventa su di lui. Il riportato parte a testa in giu’ verso di me. Scarto e gli mollo una spinta alla spalla, facendogli terminare la corsa rovinosamente sul palo dietro. Il tonfo sembra quello di una campana. Piu’ che una spia mi pare Lino Banfi dei tempi andati. Stramazza al suolo esanime. Mi avvento su Salvatore alle spalle e meno fendenti sulle tempie. Il Drugo con un paio di colpi di arti marziali lo stende. L’avvocato e’ sparito.
”Andiamo, presto”.
”No. Aspetta. Voglio sistemare un conto con questo cazzone per terra”
”Non c’e’ tempo svelto”. Mi afferra per il braccio e capisco che lo stronzo di cane sul marciapiede non finira’ nella giacca del bisonte.

Il Drugo corre davanti. “Dov’e’ il pacco”
”Nella macchina dietro l’angolo”
”Prendilo”
Arrivo alla Panda. Afferro il pacco e il Drugo e’ gia’ di fianco, a bordo di una Z4. Non ho il tempo di sbalordirmi salto dentro e partiamo lasciando sull’asfalto una sgommata di una ventina di metri. Mi giro e il proprietario del bar osserva la scena dalla soglia. Altro che reality show.
”Dove andiamo?”
”Amsterdam, copa’”. E’ tornato il Drugo che conosco.
”Amsterdam??”
”Amsterdam!!”









































































Postato da: cicatrix a gennaio 06, 2005 00:24 | link | commenti (9)

martedì, 25 gennaio 2005

 L'auto del Drugo sfreccia sulla corsia di sorpasso della Genova-Livorno, sfanalando ossessivamente verso tutte le auto che 'osino' intralciarne civilmente il passo.  Ogni lampeggio e' una mitragliata sul nemico di turno. Guardo fuori verso le Apuane e ripenso alle mille volte che ho fatto la stessa strada senza i pensieri che mi impegnano in questo presente strano, distante e irreale. Il Drugo e' l'unica presenza fisicamente riconoscibile, ma quando mi giro a guardarlo vedo solo la sua bocca che butta fuori aria e mutamente tira via parole incomprensibili, in un linguaggio assurdo, con un accento che non gli riconosco; come le sigarette di una nuova marca, che sta aspirando. Le botte prese e l'adrenalina dello scontro fisico, hanno lasciato il segno ed il passo al mal di testa. La bocca dello stomaco si chiude ad ogni deglutire, sospettosa nel timore che arrivi un bolo alimentare tuttaltro che gradito. Non avrei il coraggio di mangiare neanche un capretto al forno con patate al rosmarino (piatto notoriamente leggiero espressamente indicato nelle fasi immediatamente antecedenti il vomito del pancreas...).

"Da quand'e' che hai cambiato le sigarette?".

Il Drugo si blocca e mentre passa l'ennesima potenziale vittima della strada mi guarda di traverso da sopra gli occhiali da sole:

"Ma sei scemo?"

"Perche'? Cos’ho detto?"

"No. Te ripeto la domanda... M-A S-E-I SCE-MO?"

"T'ho fatto una domanda, non rispondere con una domanda.... ‘che e’paraculagine. Hai cambiato sigarette?"

"N-O. L-E HO CO-M-PRA-TE 'CHE LE MIE E-RA-NO FI-NI-TE"

"Ah. Be-ne"

”A-des-so  tu po-te-re ris-pon-de-re mia do-man-da? Sei diventato scemo tutto d'un botto?"
Le Apuane stavolta sono proprio innevate. Piu' ad Est le piste saranno piene di sciatori che se la scialano tra seggiovie e skypass. Guardo il Drugo col punto interrogativo preso in prestito da un fumetto di topolino e lui non aspettava altro per piazzarci un paio di punti esclamativi.
"Scusa. Mi rompi i coglioni fino ad ora per capire cosa stia succedendo e mentre ti spiego le mie congetture, tu pensi alle sigarette?”

“Beh, osservo”

“Ao’ potevi pure osserva’ sta ceppa, ma non me pare il momento adatto…”

“E poi devo restituire la panda al carrozziere”

Sento lo sguardo basito del Drugo sul collo.

“E sicuramente mi faranno la multa per aver lasciato la macchina abbandonata sul viale della Piaggio. Peraltro sul marciapiede. Visto che sei dei servizi segreti, mica sai quanti punti tolgono?”

“Perche’ non te ne vai affanculo?”

“Fanno multe pure li’?”

“Anche su ‘sto cazzo, se e’ per questo. E qui i punti invece te li danno. Ma alle chiappe. E ora, se non ti dispiace, professo’, ascolta me e stavolta per bene. Ti lascio all’aeroporto di Genova. Prendi il volo per Amsterdam delle 15. All’arrivo troverai un nostro uomo ad aspettarti.”

“Un vostro uomo? Bravi i frocioni”

“Questa non te la commento nemmeno”

“Vabbe’ insomma, io il pacco l’ho riconsegnato, no? Adesso posso tornarmene a casa, faccio una doccia e un giro in moto con 3 gradi sotto lo zero, cosi’ mi rinfesco le idee e domani torno in ufficio, che e’ l’unica cosa che possa fare”.

Il Drugo rimane in silenzio. Io proseguo.

“Cosa ci vado a fare ad Amsterdam? IO non faccio la spia e non voglio neanche farlo. E’ stressante, si prendono un fracco di mazzate e ‘sta cosa mi stressa. ‘che io gia’ sono stressato a fare l’impiegato, figuriamoci se mi metto a fare la spia…”

IL Drugo seguita a rimanere in silenzio.

“Ao’! vuoi rispondere?”

“Copa’, se io te lascio torna’ a casa la cosa non se risolve cosi’. Quella e’ gente che fa sur serio. Ormai ci sei dentro fino ar collo, e quella cosa densa che hai sotto il naso non e’ acqua…”

“Ah, si? E cos’e’…?”

“Cioe’ a questi non puoi dirgli: no scusate, ma io mi tiro fuori, tanto non so niente. Non funziona cosi’. Quelli, prima ti frantumano le ossa, poi ti attaccano un paio di morsetti alle palle e infine ci fanno le uova al tegamino…”

“Che schifo…”

“Cosa?”

“Le uova al tegamino”

“A me piacciono. Insomma, li devo convincere che non sai un cazzo. Ma sara’ difficile…”

“Come fai a convincerli? E’ proprio la verita’…”

“Non ne ho idea. Ma come ti ci ho messo io nei casini, io ti tolgo”

“In che senso, mi hai messo nei casini?”

“Il pacco a casa tua ce l’ho fatto arrivare io”

“Tu, cosa?”

“Hai capito”.

Prendo un attimo di fiato. Studio la parte sottostante del TIR qui davanti, ragiono per una frazione che se tirassi giu’ il finestrino, potrei staccare la targa dell’autoarticolato, che teoricamente dovremmo superare a sinistra e non da sotto, poi sottilizzo che non ci farei un cazzo con la targa di un camion e guardo Copas008.

“Se non ti incazzi te la dico tutta”.

“Perche’ dovrei incazzarmi? Sto solo rischiando la vita per colpa tua e non so perche’, probabilmente mi licenzieranno e, cosa peggiore di tutte, mi toglieranno la patente”

“La storia e’ questa, Copa’. Doveva arrivarmi ‘sto pacco, ma ho avuto un contrattempo e non avevo modo di deviarlo verso un indirizzo sicuro. Cosi’ ho pensato di farlo postare a casa tua. Non so come l’avvocato abbia saputo dov’era. Tra parentesi, vorrei scoprirlo…. Per un puro caso tu sei tornato a casa prima che Salvatore, lo sgherro dell’avvocato riuscisse a prenderlo. Fortuna. Caso. Fato. Sarebbe bastato un semaforo rosso in piu’ e tutto sarebbe andato diversamente…”

“In meglio…”

“In peggio, copa’. Molto peggio.”

“Condedimi il beneficio del dubbio. Pero’ senti, ‘che questo me lo devi dire…”

“Aspetta, non me lo dire. Ho gia’ capito: ma tu da quando cazzo sei nei servizi segreti? Com’e’ che non ne ho mai avuto il sospetto, una traccia, un indizio… cioe’, non offenderti, ma tu per me sei… eri… l’esatto opposto di un agente dei servizi segreti…”

“Vabbe’, mago oronzo, dimmi un po’…”

“CCS. A te lo posso dire… in definitiva te lo devo. E poi ormai sono fottuto. Sono bruciato. In realta’, come me c’e’ un sacco di gente. Gente che fa questo lavoro, dico. All’ombra della normalita’ assoluta. Insospettabile e silenziosa, osserva e cataloga informazioni e relazioni, riferisce e ricomincia. Io ho iniziato cosi. Diciamo che tutte le aziende di un certo tipo, di una certa importanza, nascondono all’interno personaggi cosi’. Fanno una vita assolutamente, insospettabilmente comune. Non lo sanno le mogli, non lo sanno i figli, non lo sanno gli amici. Fanno finta di essere faziosi e schierati, ma in realta’ lavorano per la fazione opposta. Vengono a prendere il caffe’ con te, perche’ sanno che la macchinetta del caffe’ e’ come la sirena per Ulisse: tutti cedono alla tentazione di raccontare qualcosa in piu’ di loro, dei loro interessi, delle loro vite, delle loro aspirazioni, dei loro umori, delle loro insoddisfazioni professionali, sessuali; insomma dei loro punti di forza e delle loro debolezze. Se conosci le persone, sai come muoverle, come piegarle al tuo volere, con l’astuzia o con la veemenza dialettica, quasi mai con la violenza. Non serve. Le debolezze sono boomerang. Cosi’ senza saperlo le persone diventano pedine di un gioco che non conoscono e che mai conosceranno”

“A meno che uno stronzo di loro non commetta l’errore di spedire un pacco all’indirizzo sbagliato…”

“Gia’. Proprio cosi’-il Drugo non batte ciglio, inespressivo, non tradisce emozione alcuna-  Il loro compito e’ vigilare sulle organizzazioni e sui sindacati cosi’ possono indirizzarne le azioni subdolamente. Con questi la violenza a volte e’ necessaria”.

“Fattene un onore, stronzo”

“Mi hai chiamato stronzo due volte di seguito. Inizi ad essere ripetitivo. Funziona cosi’. Non ho detto che mi piace. Funziona cosi’ e basta. Si spiano i sindacati e le multinazionali, che magari sono convinte di avere il controllo della situazione e ovviamente non ci hanno capito un cazzo. Con la mole di denaro che muovono pensano di essere in grado di influenzare qualsiasi potere politico. Ma non e’ cosi’. Anche i dirigenti delle multinazionali sono uomini o donne, se vuoi molto piu’ cinici e pertanto decisamente piu’ controllabili e piu’ facili da leggere. Gli dai denaro e chiudono un occhio oppure tutti e due”

“E se gli dai qualcosaltro si tappano anche il buco del culo con una carotina”.

“Si. E’ una ipotesi probabile. E poi le multinazionali sono un’ottima copertura, perche’ se viaggi per lavoro, hai sempre il tempo di spostarti in autonomia per compiere qualche missione o incontrare i vari canali informativi”.

“Risparmiando sul budget dei Servizi Segreti…”

“Diciamo che non guasta”

“Cristo. Ecco sono un po’ sorpreso. Ma adesso ti voglio proprio fare una domanda intelligente: ma il tuo accento romanaccio?”

“Copa’, anche quello e’ una copertura. L’anima de li mejo… sono in grado di replicarti una decina di dialetti italiani in maniera perfetta, belin. Se non ti bastasse, parlo correntemente 5 lingue compreso arabo e cinese. Il romanaccio mi riesce facile visto che so’ nato ar tiburtino… Ti ricordi di quel tizio, negli Stati Uniti, che era entrato nella CIA per conto dell’URSS e ne era diventato un altissimo dirigente?”

“Si. Quale dei tanti?”

“Il tema e’ che tu puoi fare il doppio gioco e qualcun altro il triplo. Io spio te. Tu fai finta di stare con me ma in realta’ mi spii. Io so che mi stai spiando e ti fotto passandoti le informazioni che voglio io per fregarti… Non so se mi spiego”

“No. O meglio, si. Ma a me di questi giochini non me ne frega beatamente un cazzo”

“E invece dovrebbe…”

“Senti, ti faccio una domanda. Conoscere queste cose, mi fa cambiare idea sul fatto che mi piace mangiare la pizza, andare in moto, conoscere gente, leggere un bel libro, guardarmi un bel film, uscire con gli amici (escluso te, che ora mi stai sulle palle), o con qualche bella topolona che gradisce la mia compagnia quanto io gradisco la sua? No dimmelo…”

“Beh, anche nel tuo piccolo quello che succede intorno condizionera’ la tua vita. Dal prezzo della benzina, alle ingiustizie che sopporti come cittadino. Siamo tutti collegati…”

“Si. Nel grande cerchio della vita… Guardi troppi cartoni animati”

“We are through the looking glass: black is white, and white is black”.

“Almeno leggi storie piu’ interessanti dei tuoi discorsi”

Ostento indifferenza, ma ascolto con attenzione maniacale tutte le spiegazioni del Drugo. E non posso fare a meno di pensare che tutte queste speculazioni altro non sono che l’ennesima guerra tra poveri.

“Stavo pensando ad una frase che ho sentito tempo fa: se la merda avesse un valore, i poveri nascerebbero senza neanche il buco del culo

“Uh. Notevole. Sociologia di alto livello… Bauman?”

”No. Non te lo dico perche’ adesso mi stai sul cazzo e so che ‘sta cosa ti fa rodere il culo”

 Davvero non sono un tipo che si stupisce delle cose. O meglio, si stupisce di tutto, ma non amo manifestarlo all’esterno. Devo dire che la frase di Lewis Carrol, citata dal Drugo, sintetizza benissimo il suo discorso. In definitiva siamo cosa? Piccoli ingranaggi insignificanti, granelli di sabbia calpestata dai potenti. Eppure, ogni tanto, anche la sabbia potrebbe dare fastidio, come un granello nell’occhio. Ma poi, realisticamente, penso che un granello nell’occhio non eliminerebbe il problema: qualcuno calpesta e qualcun altro e’ calpestato… certo se tutti i granelli, una buona volta, si incazzassero…. Ma cosa dico? Ci sarebbe un Drugo di turno a ‘vegliare’ affinche’ questo non possa accadere…

“Copa’, sei veramente una testa di cazzo imperialista…”

“Ao’. Ma come cazzo parli?”

“No niente, volevo imitare i giornalisti di Avanguardia Comunista… pero’ con te avrebbero ragione. Sei un servo del potere”

“Certo, perche’ tu sei padre pio. Compri i jeans dal Turkmenistan su Internet, sapendo che vengono dalle zone franche di esportazione dove i ‘miei’ padroni sfruttano i ‘tuoi’ poveri, che rubano la roba per rivenderla agli stronzi come te… Aspetta, non dirmelo: lo fai perche’ hai scoperto di essere la reincarnazione di Robin Hood? Oppure, piu’ realisticamente hai un concetto di etica inflessibile quanto un ramo di salice”.

“Cosa c’e’ nel pacco?”

“Lo saprai ad Amsterdam”

Nella concitazione dei discorsi (piu’ mentale che esteriore), siamo giunti all’aeroporto di Genova. Parcheggiamo in seconda fila davanti all’ingresso. Un vigile ci segue con un’occhiataccia. Il Drugo fa segno con la mano che si fermera’ solo un minuto. Tira fuori una busta da lettere e me la porge.

“Apri le orecchie. Qua dentro trovi un passaporto a nome Antonio Napolitano, nato a Foggia etc etc te lo leggi e lo mandi a memoria. Ok?”

“Ma che cazzo. Proprio foggiano?”

“Fuggi da Foggia no pe’ Foggia ma pe i Fuggen”

“L’hai fatt’apposta, bastardo”. Il Drugo si fa una risata. Lo stronzone si e’ ricordato delle mie disavventure universitarie con un foggiano col quale ebbi una discussione per un intervento durante un torneo di calcio. Una cazzata gigante che per il tizio divento’ una questione di principio con tanto di insulti, mazzaut’ e botte da orbi negli spogliatoi… botte da orbi per una partita di pallone… ma si puo’ essere piu’ idioti?

“Ci trovi anche una carta di credito per pagarti il volo e da dormire”

“A chi e’ intestata?”

“A tua nonna”

“Mia nonna non usa carte di credito”

“Allora a tua sorella”

“Mia sorella non usa carte di credito”

“Perche’ lei si fa pagare in contanti…”

Il Vigile si avvicina minaccioso: “Signore, non puo’ sostare qui”

Il Drugo si affaccia dal finestrino e spalanca un sorriso finto come un barbagianni impagliato “Va bene, Signor agente vado via solerte”.

Non mi lascio sfuggire l’occasione: “Sei proprio un lecchino, servo del Potere…”

“Tieni gli occhi aperti. Quando sei in citta' vai nella zona rossa e cerca il negozio di mobili orientali che ti ho scritto nel foglio. Chiedi del proprietario”

“Senti posso comprarmi due vestiti con la carta?”

“Va bene, ma fanne un buon uso. Sono gia’ nella merda di mio e per fartela autorizzare ho dovuto firmare una polizza sulla salubrita’ delle mie chiappe”

“Adesso a parte gli scherzi, non mi metto a fare certo cazzate con il ministero…” dico serissimo.

“Ecco bravo. Come ti senti?”

“Come la reincarnazione di Robin Hood, no?”

“Ottimo” e parte sgommando davanti al vigile, il quale diligentemente annota targa, modello ed infrazione su un simpatico taccuino…

Entro in aeroporto e mi diriggo a comprare il biglietto dopo qualche giro di informazioni. Mando a mente i dati del mio alter ego. Compro una paccata di riviste, libri e giornali, un paio di panini tonno e pomodoro e un paio di quarti di pizza al salamino piccante, una spremuta d’arancia doppia con ghiaccio e una birra. Metto in conto allo stato italiano, dicharatamente complice del mio disordine alimentare. Poi mi stravacco davanti al gate di imbarco e mi preparo psicologicamente alle due ore di attesa. Tiro fuori la mia nuova carta di credito scintillante e sorrido all’idea che il drugo abbia voluto concedermi una sorta di risarcimento morale al casino creato. Chissa’ con quali argomentazioni avra’ convinto il suo capo a smollarla… e chissa’ che faccia fara’ quando vedra’ l’estratto conto… me la guardo sognante e all’improvviso si insinua nella mia mente un pensiero prima sottile, sinuoso come il suono di una corda di violino, poi in un crescendo wagneriano, partono le viole e i tamburi e i pianoforti e i clavicembali e poi le trombe, a comporre una sinfonia maestosa, trascinante indiscutibilmente e assolutamente distinta nella mia testa (di minchia)… e gia’ pregusto la goduria di comprarsi due etti di superskunk con la carta di credito dei servizi segreti, settore CCS, centro di costo controspionaggio 

Postato da: cicatrix a gennaio 25, 2005 02:09 | link | commenti (7)

venerdì, 04 marzo 2005

 

Quelle sere... quelle sere, che guardi in giro e senti gli occhi pesanti, velati da  una goccia di lacrima che bagna il bordo inferiore sinistro del tuo occhio sinistro. Quelle sere cosi' che non avresti voglia di alzare neanche un dito, neanche di mangiare un gelato alla nocciola da Giolitti, quello di roma, quello proprio di fronte a montecitorio, dai come fai a non conoscerlo. Lo senti il ticchettio che ti suona nell'orecchio? tic tac tic tac tic tac. in stereofonia da un timpano all'altro. Lo senti? non preoccuparti, e' solo il tempo che passa. come dici, e' prezioso? ma da quando? ce lo mettono il tempo nel paniere dell'inflazione? E poi di chi e' il culo che ho di fronte? la schiena nuda che si inarca cosi' vicina alle mie gambe e cosi' lontana. lei quanto costa? adesso l'ho dimenticato. tic tac tic tac. sento l'alito caldo uscirmi tra i denti, passare sulla lingua secca. Lo sento rientrare certamente piu' fresco. e poi uscire di nuovo. si chiama vita. e se accellera la frequenza del respiro si chiama fatica. oppure piacere. semplificazioni. trombo ergo sum. stupro cartesio senza ritegno. scusami, scusami. dai non volevo. in fondo a te cosa importa. e' solo la mia vita. un altro anno. un'altra primavera e un'altra pasqua. un altro maggio alle terme. un altro giugno con le sue promesse di sole e le sue giornate infinite. un'altra estate e un altro autunno. e poi l'inverno e poi un altro anno e poi dove si ferma la ruota? e cosa penserai allora? a questo culo che ho di fronte. non ci sono dubbi.  a una bionda dalla pelle algida. che viso avra'. le tiro i capelli per voltarle la faccia. la sento ansimare. cazzo ti ansimi? io ti sto tirando i capelli. cosa c'e' di piacevole. certo che tu ce li hai. ah ah. tic tac tic tac. e' il mio bacino che viene e va che viene e va che viene e va che viene...

Dio che botta. Apro gli occhi in una camera di albergo. di questo ne sono quasi certo. c'e' uno specchio a muro sopra il tavolo di fronte. una sedia da studio. scommetto che c'e' la moquette per terra. le pesanti tende fanno filtrare luce. e' giorno, ma non e' una giornata convinta. e' piu' una promessa di qualcosa. Mi alzo a sedere e abbraccio le ginocchia per tenermi dritto.  Ho la testa che pare il tamburo di un percussionista… ho bisogno di una doccia e di un caffe’ triplo in endovena per riprendermi dai bagordi e dai fumi di cafe’ della sera precedente. L’acqua calda mi coccola e poi lentamente la faccio scivolare in tiepida, fredda, ghiacciata, urlo dai brividi e poi chiudo ed esco. Accendo la tv e cerco un canale musicale olandese… c’e’ mtv. girano vertigo. infilo un paio di jeans nuovi, senza risvolto che strisciano un po’ sul pavimento. calzo le mie allstars nuove marrone chiaro coi lacci rossi, una t-shirt trendy, il giacchetto nuovo (gentilmente offerto dallo stato) in pelle marrone vintage. esco a fare colazione. La sala pranzo dell’albergo e’ popolata da managers in trasferta. qualcuno ha l’auricolare all’orecchio. E’ un classico albergo moderno molto americano nel centro di amsterdam a due passi da piazza Dam. Mi spolvero un paio di fette biscottate marmellata e burro, una fetta di prosciutto cotto schifido, una spremuta d’arancia plastificata e un espresso doppio lavato: il meglio che possa offrire la casa. Do un’occhiata all’herald tribune (che la gazzetta dello sport o almeno repubblica ‘sti qui non ce l’hanno) e scopro che la difesa del chelsea ha una media gol subiti di 0,30 a partita. Cazzo ‘sto Murino e’ proprio forte. Mi sa che quest’anno vincono il campionato e ci fregano di nuovo la champions… altro che chelsea. Se capello continua ad equivocare schemi e uomini non riusciamo a passare neanche il real… della juve comunque non c’e’ traccia. La cameriera mi chiede se puo’ portare via la tazza.

“do you know Moggi?”

“sorry?”

vabbe’ lasciamo perdere. Esco fuori ed amsterdam si presenta con un bel cielo grigio e un freddo della malora.  Mi diriggo verso la zona rossa. Entro nel primo cafe’, ordino un altro espresso e una superskunk gia’ pronta nel suo involucro di plastica. Un paio di boccate per cominciare bene la giornata. Chiedo al proprietario se conosce MI spiega che la strada e’ a due passi. Quando decido di andare a cercare il ‘contatto’ del drugo e’ gia’ mezzogiorno. e piove.  I mattoncini rossi delle vie sono scivolosi. La gente cammina piano come se non avesse addosso mantelline impermeabili colorate o come se non fosse sotto un ombrello. Sono abituati alla pioggia. La vedono continuamente. Ci crescono dentro questa fottutissima merda liquida. E ci vanno anche in bicicletta come se ci fossero trenta gradi e questa fosse l’Havana e non Amsterdam, cazzo. Giro su de clercqstraat e poi mi infilo nella seconda traversa a sinistra. L’insegna del negozio di mobili orientali e’ la terza. Entro e chiedo del proprietario. Mi indicano un omone con tanto di mustazzo da vecchio raider e giubbotto in pelle e fronzoli di ordinanza. ‘hey man where is ya fuckin’ horse?”. 

“mi manda il drugo”. (penso al drugo su raitre a difendere i cittadini dalla truffe). “ehm. I come from Italy. Drugo. Do you know?”

Mister Mustazzo mi fa cenno di aver capito ed indica con la testa una porta. Mi fermo a guardare e gli faccio capire che lo seguo. Lui ha un accenno di sorriso ma poi torna serio e si dirigge verso la porta. La stanza e’ uno sgabuzzino riadattato in studio con tavolo, sedia per ospiti, computer e poltroncina in pelle. Mi chiedo come faccia ad entrarci uno grosso come lui. Alle pareti solo donnine nude, calendari, post it, ma cribbio, nessuna foto di moto e motorazze. Ci accomodiamo uno di fronte all’altro. Io mi guardo in giro e lui si strofina le mani come uno chef di fronte al pollo da mettere in forno.

“Cossa io posso fare per voi?”. L’accento tradisce chiare origini tedesche di cermania. Ya.

“Non ne ho idea. Mi hanno detto di venire qui ed eccomi”

“Come sta mio amico Pellini?”

“Eh. Bellini sta bene. Lui” (‘cci sua… vorrei aggiungere…)

“Come tu chiamato lui?”

“Drugo. Come Lebowsky“. Si fa una risata fragorosa.

“Certo. Certo”. Ma secondo me non ha capito un cazzo.

“Io mi chiamo Rudolph o Rudy o Rud, come tu preferisce…”

“IO Francesco, piacere. Per gli amici Cicatrix”

“Cicatrix? Come cosa”

“Eh. Come taglio, ferita, scar…”

“Ah. Si. Si. Certo. Ah. Ah. Ah”. Altra risatona. Dialogo non-sense. Attimo di imbarazzante silenzio. Porka vacca, ma ci sara’ una cazzo di spia professionale, dico io? Invece lui mi fa:

“Ti piace fica?”. Mi scappa da ridere.

“Scusa?”

“Si. Dico io. Tu ti piace fica? Come dite voi? Pussy…”

“La gatta? Cioe’ la topa, la patata, la fregna, che ne so?”

“Ecco si quella. Ti piace te?”

“oh cazzo”. Mi passo le dita sulla fronte

“Ah. Bene. Bene. No problema. noi abbiamo anche quello”

“no, no. Dicevo. Che cazzo hai capito?”. Sbotto e mi parte una risata. E visto che ci siamo inizia a ridere come un ossesso, strascicando come se gli mancasse il respiro. diventa paonazzo in viso. Situazione assurda. Ma non posso fare a meno di ridere come un coglione trascinato da sto Rudolph.

“senti Rudolph, ma te vai in moto?”

Si fa serio all’improvviso. Mi blocco sul chi va la.

“Eh, no. Tu non hai risposto mia domanda”. Spalanca gli occhi e si alza in piedi con le mani poggiate sul tavolo e la faccia protesa verso di me. Fa capire di essersi offeso sul serio. “Rispondi, tu. prego. Ti piace tu fica o cazzo?”

Deglutisco con difficolta’ e rispondo: “Preferisco… le donne…”

“Ah. Ah. Ah”. Stavolta scoppia in una risata gigante e si abbatte sulla poltroncina con tutto il peso. E continua a ridere come un ossesso. Secondo me gli rimango altre due risate di vita. “Sei forte. Sei forte. Bravo. Bravo. mio amico Cicatrix. Ah Ah. Ah.”. Io ricomincio a ridere piu’ per educazione e preoccupazione che per altro… Lui pare divertirsi un sacco a prendermi per il culo.

“Senti Rudolph, ci conosciamo da poco ma sembra di conoscerci da un sacco, eh?”

“Certo. Certo. Da un sacco. Ah. Ah.”

“permettimi di dirti una cosa”

“certo. Certo. Dimi dimi”.

“A Rudy. Ma Vaffankulo”

A questo punto parte in un boato autentico. “Aaaaaaah Ah ah. Sei forte. Sei forte.”. Adesso gliene rimane un’altra prima di schiattare.

” mi hai fatto prendere un colpo, li mortacci tua e del drugo”. Altra risatona. Rudolph il tedescone allegrone.

“Tu venire con me. Questa no e’ ora di parole. E ora di manciare. Ya”.

“E dopo di trombare”. Esala l’ultima risatona e mi spacca il timpano… Ci alziamo e usciamo dalla sala a pacche sulle spalle col mio amico Rudolph. Tutti il Drugo li conosce….

Postato da: cicatrix a marzo 04, 2005 12:39 | link | commenti (1)

 

Quelle sere... quelle sere, che guardi in giro e senti gli occhi pesanti, velati da  una goccia di lacrima che bagna il bordo inferiore sinistro del tuo occhio sinistro. Quelle sere cosi' che non avresti voglia di alzare neanche un dito, neanche di mangiare un gelato alla nocciola da Giolitti, quello di roma, quello proprio di fronte a montecitorio, dai come fai a non conoscerlo. Lo senti il ticchettio che ti suona nell'orecchio? tic tac tic tac tic tac. in stereofonia da un timpano all'altro. Lo senti? non preoccuparti, e' solo il tempo che passa. come dici, e' prezioso? ma da quando? ce lo mettono il tempo nel paniere dell'inflazione? E poi di chi e' il culo che ho di fronte? la schiena nuda che si inarca cosi' vicina alle mie gambe e cosi' lontana. lei quanto costa? adesso l'ho dimenticato. tic tac tic tac. sento l'alito caldo uscirmi tra i denti, passare sulla lingua secca. Lo sento rientrare certamente piu' fresco. e poi uscire di nuovo. si chiama vita. e se accellera la frequenza del respiro si chiama fatica. oppure piacere. semplificazioni. trombo ergo sum. stupro cartesio senza ritegno. scusami, scusami. dai non volevo. in fondo a te cosa importa. e' solo la mia vita. un altro anno. un'altra primavera e un'altra pasqua. un altro maggio alle terme. un altro giugno con le sue promesse di sole e le sue giornate infinite. un'altra estate e un altro autunno. e poi l'inverno e poi un altro anno e poi dove si ferma la ruota? e cosa penserai allora? a questo culo che ho di fronte. non ci sono dubbi.  a una bionda dalla pelle algida. che viso avra'. le tiro i capelli per voltarle la faccia. la sento ansimare. cazzo ti ansimi? io ti sto tirando i capelli. cosa c'e' di piacevole. certo che tu ce li hai. ah ah. tic tac tic tac. e' il mio bacino che viene e va che viene e va che viene e va che viene...

Dio che botta. Apro gli occhi in una camera di albergo. di questo ne sono quasi certo. c'e' uno specchio a muro sopra il tavolo di fronte. una sedia da studio. scommetto che c'e' la moquette per terra. le pesanti tende fanno filtrare luce. e' giorno, ma non e' una giornata convinta. e' piu' una promessa di qualcosa. Mi alzo a sedere e abbraccio le ginocchia per tenermi dritto.  Ho la testa che pare il tamburo di un percussionista… ho bisogno di una doccia e di un caffe’ triplo in endovena per riprendermi dai bagordi e dai fumi di cafe’ della sera precedente. L’acqua calda mi coccola e poi lentamente la faccio scivolare in tiepida, fredda, ghiacciata, urlo dai brividi e poi chiudo ed esco. Accendo la tv e cerco un canale musicale olandese… c’e’ mtv. girano vertigo. infilo un paio di jeans nuovi, senza risvolto che strisciano un po’ sul pavimento. calzo le mie allstars nuove marrone chiaro coi lacci rossi, una t-shirt trendy, il giacchetto nuovo (gentilmente offerto dallo stato) in pelle marrone vintage. esco a fare colazione. La sala pranzo dell’albergo e’ popolata da managers in trasferta. qualcuno ha l’auricolare all’orecchio. E’ un classico albergo moderno molto americano nel centro di amsterdam a due passi da piazza Dam. Mi spolvero un paio di fette biscottate marmellata e burro, una fetta di prosciutto cotto schifido, una spremuta d’arancia plastificata e un espresso doppio lavato: il meglio che possa offrire la casa. Do un’occhiata all’herald tribune (che la gazzetta dello sport o almeno repubblica ‘sti qui non ce l’hanno) e scopro che la difesa del chelsea ha una media gol subiti di 0,30 a partita. Cazzo ‘sto Murino e’ proprio forte. Mi sa che quest’anno vincono il campionato e ci fregano di nuovo la champions… altro che chelsea. Se capello continua ad equivocare schemi e uomini non riusciamo a passare neanche il real… della juve comunque non c’e’ traccia. La cameriera mi chiede se puo’ portare via la tazza.

“do you know Moggi?”

“sorry?”

vabbe’ lasciamo perdere. Esco fuori ed amsterdam si presenta con un bel cielo grigio e un freddo della malora.  Mi diriggo verso la zona rossa. Entro nel primo cafe’, ordino un altro espresso e una superskunk gia’ pronta nel suo involucro di plastica. Un paio di boccate per cominciare bene la giornata. Chiedo al proprietario se conosce MI spiega che la strada e’ a due passi. Quando decido di andare a cercare il ‘contatto’ del drugo e’ gia’ mezzogiorno. e piove.  I mattoncini rossi delle vie sono scivolosi. La gente cammina piano come se non avesse addosso mantelline impermeabili colorate o come se non fosse sotto un ombrello. Sono abituati alla pioggia. La vedono continuamente. Ci crescono dentro questa fottutissima merda liquida. E ci vanno anche in bicicletta come se ci fossero trenta gradi e questa fosse l’Havana e non Amsterdam, cazzo. Giro su de clercqstraat e poi mi infilo nella seconda traversa a sinistra. L’insegna del negozio di mobili orientali e’ la terza. Entro e chiedo del proprietario. Mi indicano un omone con tanto di mustazzo da vecchio raider e giubbotto in pelle e fronzoli di ordinanza. ‘hey man where is ya fuckin’ horse?”. 

“mi manda il drugo”. (penso al drugo su raitre a difendere i cittadini dalla truffe). “ehm. I come from Italy. Drugo. Do you know?”

Mister Mustazzo mi fa cenno di aver capito ed indica con la testa una porta. Mi fermo a guardare e gli faccio capire che lo seguo. Lui ha un accenno di sorriso ma poi torna serio e si dirigge verso la porta. La stanza e’ uno sgabuzzino riadattato in studio con tavolo, sedia per ospiti, computer e poltroncina in pelle. Mi chiedo come faccia ad entrarci uno grosso come lui. Alle pareti solo donnine nude, calendari, post it, ma cribbio, nessuna foto di moto e motorazze. Ci accomodiamo uno di fronte all’altro. Io mi guardo in giro e lui si strofina le mani come uno chef di fronte al pollo da mettere in forno.

“Cossa io posso fare per voi?”. L’accento tradisce chiare origini tedesche di cermania. Ya.

“Non ne ho idea. Mi hanno detto di venire qui ed eccomi”

“Come sta mio amico Pellini?”

“Eh. Bellini sta bene. Lui” (‘cci sua… vorrei aggiungere…)

“Come tu chiamato lui?”

“Drugo. Come Lebowsky“. Si fa una risata fragorosa.

“Certo. Certo”. Ma secondo me non ha capito un cazzo.

“Io mi chiamo Rudolph o Rudy o Rud, come tu preferisce…”

“IO Francesco, piacere. Per gli amici Cicatrix”

“Cicatrix? Come cosa”

“Eh. Come taglio, ferita, scar…”

“Ah. Si. Si. Certo. Ah. Ah. Ah”. Altra risatona. Dialogo non-sense. Attimo di imbarazzante silenzio. Porka vacca, ma ci sara’ una cazzo di spia professionale, dico io? Invece lui mi fa:

“Ti piace fica?”. Mi scappa da ridere.

“Scusa?”

“Si. Dico io. Tu ti piace fica? Come dite voi? Pussy…”

“La gatta? Cioe’ la topa, la patata, la fregna, che ne so?”

“Ecco si quella. Ti piace te?”

“oh cazzo”. Mi passo le dita sulla fronte

“Ah. Bene. Bene. No problema. noi abbiamo anche quello”

“no, no. Dicevo. Che cazzo hai capito?”. Sbotto e mi parte una risata. E visto che ci siamo inizia a ridere come un ossesso, strascicando come se gli mancasse il respiro. diventa paonazzo in viso. Situazione assurda. Ma non posso fare a meno di ridere come un coglione trascinato da sto Rudolph.

“senti Rudolph, ma te vai in moto?”

Si fa serio all’improvviso. Mi blocco sul chi va la.

“Eh, no. Tu non hai risposto mia domanda”. Spalanca gli occhi e si alza in piedi con le mani poggiate sul tavolo e la faccia protesa verso di me. Fa capire di essersi offeso sul serio. “Rispondi, tu. prego. Ti piace tu fica o cazzo?”

Deglutisco con difficolta’ e rispondo: “Preferisco… le donne…”

“Ah. Ah. Ah”. Stavolta scoppia in una risata gigante e si abbatte sulla poltroncina con tutto il peso. E continua a ridere come un ossesso. Secondo me gli rimango altre due risate di vita. “Sei forte. Sei forte. Bravo. Bravo. mio amico Cicatrix. Ah Ah. Ah.”. Io ricomincio a ridere piu’ per educazione e preoccupazione che per altro… Lui pare divertirsi un sacco a prendermi per il culo.

“Senti Rudolph, ci conosciamo da poco ma sembra di conoscerci da un sacco, eh?”

“Certo. Certo. Da un sacco. Ah. Ah.”

“permettimi di dirti una cosa”

“certo. Certo. Dimi dimi”.

“A Rudy. Ma Vaffankulo”

A questo punto parte in un boato autentico. “Aaaaaaah Ah ah. Sei forte. Sei forte.”. Adesso gliene rimane un’altra prima di schiattare.

” mi hai fatto prendere un colpo, li mortacci tua e del drugo”. Altra risatona. Rudolph il tedescone allegrone.

“Tu venire con me. Questa no e’ ora di parole. E ora di manciare. Ya”.

“E dopo di trombare”. Esala l’ultima risatona e mi spacca il timpano… Ci alziamo e usciamo dalla sala a pacche sulle spalle col mio amico Rudolph. Tutti il Drugo li conosce….

Postato da: cicatrix a marzo 04, 2005 12:40 | link | commenti (5)

sabato, 19 marzo 2005

Rud mi porta in un fast vicino al suo negozio di mobili. prendiamo hamburgers, birre e patatonze con un paio di chili di ketchup. mi spiega la vita di amsterdam con la particolarita' della zona rossa; non unica in europa, ma certamente la piu' famosa. mangiamo e beviamo. poi giriamo per le strade della citta', puntiamo un paio di cafe' con contorni vari. al rientro in negozio sono stonato come una campana.

 

"senti rudolph, mi spieghi cosa devo fare?"

 

"oh no tu preoccupare"

 

"eh, come non mi preoccupo. tra poco mi licenziano, ho la macchina in divieto di sosta a duemila km di distanza... come fo a non preoccuparmi?"

 

"ma io so cosa tu devi fare"

 

"ma io no"

 

"allora tu dico io adesso. Tu impaziente”. glisso e ascolto.

 

“Tu ora fai giro in amsterdam. Alle ore 6 tu andare in cafe’ Jamaica in Reguliersgracht. Siede in tavolo vicino a finestra e ordina due birre. una tu lasci di fronte a tu come se tu aspettare amico. tu defi mettere tovaglio su bichiere. Poi aspetta. Tu ordini altra birra se vuoi. E poi tu aspetta. Se no viene oggi tu vai domani”

 

“chi deve venire?”

 

“oh, io no so. Io so che tu deve andare in jamaiza  cafe’ e basta. Poi io non so”

 

rimango perplesso a guardarlo.

 

“Pellini…. Drugo non spiegato tu?”. Rimango fermo a guardarlo sempre piu’ perplesso.

 

“io non so. Non spiegato me cosa aspetta. Tu defi andare la e pasta…”

 

“….coi fagioli…”

 

“questa e’ cosa. Dafero. Poi adesso era molto che questa cosa non era cosi’. Anno scorso solo una volta e poi niente piu’. Ogni tanto Pellini telefona me e dice questo che arriva amico suo da italia. E adesso sei tu”

 

“Ho capito”. Non ho capito un cazzo. “Vabbe’. Da quanto tempo conosci Michele?”

 

“Pellini? Oh da tanto anno. Dieci forse o piu’. Lui no era mai venuto in amsterdam. Noi conosci in un cafe’ con mia ex moglie. Tanti anni. E poi siamo stati amici fino a ora”

 

“Vabbe’. Senti Rudolph, vado a bere qualcosa”

 

Mi faccio spiegare meglio dove sia il fatidico posto e saluto mister mustazzo:

 

“torna a trovare. Stasera festa di mio amico Wolfang. Prendi mio numero e tu chiama.

 

esco con la promessa, poco convinta, di farmi sentire. Questa cosa e’ davvero strana. Un tizio che tutto sembra tranne che riservato come una spia o un basista che si rispetti. Mi tratta come un vecchio amico, si fa un giro per la citta’ con uno che teoricamente dovrebbe piu’ o meno proteggere. Non c’e’ piu’ religione.

 

Per passare il tempo vado a guardarmi le donne in vetrina sui canali. Ce ne sono di tutti i gusti e di tutte le eta’. Rosse e brune, bionde e more, bianche e nere accomunate da un solo denominatore comune: son tutte troie. Eppure non mi tira neanche una tizia. Mi suona troppo meccanico, troppo plateale, troppo esposto, svenduto, scoperto… non c’e’ gusto. che stia diventando…? Mi guardo in giro. dovesse mai piacermi un bel maschione… Si dice che sia l’anno dei gay. Ma che significa: “e’ l’anno dei gay”….  la trovo una mancanza di rispetto. Esiste forse l’anno dell’eterosessuale? E allora perche’ creare questa ‘differenza’? ma saranno cazzi loro. in tutti i sensi. che battuta schifida. Mi vergogno da solo pure di averla pensata. creare categorie e’  gia’ una mancanza di delicatezza. Insomma tutti questi outing, queste confessioni pubbliche di pubblica omosessualita’ le trovo proprio indelicate. Che bisogno c’e’ di dirlo a me che ti piacciono le persone del tuo sesso? Va benissimo cosi’. Che ti devo dire? Sono contento per te. Le relazioni non hanno questi confini. Io non ti rispetto ne piu’ ne’ meno di prima. Davvero non me ne frega un cazzo. Sono affari tuoi, mica sei un mio amico… cioe’ un amico va bene. Ti racconta una cosa sua. No? “mi sono innamorato di asdrubale”. “lui e’ asdrubale, il mio fidanzato”. “io e asdrubale ci sposiamo, vieni al nostro matrimonio”. “bella storia, ragazzi. Auguri. Ci vengo molto volentieri”. Punto. Sono affari privati. Certi cazzi si raccontano tra amici. Se li racconti in TV si chiama esibizionismo e l’esibizionismo non e’ etero e non e’ omo.  Ok. Dopo questa botta di filosofia di bassa lega suono ad una porta ed entro a chiedere il prezzo…… la tizia e’ una bionda bella e simpatica. Mi spara un prezzo esagerato e mi spiega che sono soldi investiti benissimo. un ricordo (lei dice un’emozione) indescribable, indicibile. ringrazio ed esco. Le cose inexpressible mi fanno schifo. E’ come sfuggire la realta’. A me la realta’ piace raccontarla, pensarla, descriverla, appunto. non fa per me, e’ come godere a meta’. Cosi’ giro ancora. Cerco e trovo il cafe’ jamaica e ordino due birre, metto un “tovaglio” su quella che lascio di fronte a me e inizio a sorseggiare con patatine e superskunk. Il tempo passa ad osservare una partita al biliardo e una partita della coppa d’olanda in tv. C’e’ poca gente e sono gia’ le 7.

 

Improvvisamente, si materializza di fronte a me una donna  e mi chiede qualcosa sorridente. Ero assorto nei miei pensieri e mi ha colto di sorpresa.

 

“cosa?”

 

“are you italian?”

 

“cosa?” (dì di nuovo “cosa”, ti sfido a dire di nuovo “cosa”…)

 

la tizia si siede di fronte, tira via il tovagliolo dalla birra e butta giu’ una sorsata degna di un barney gamble qualsiasi.

 

“cheers”.

 

per fare il polemico scelgo l’inglese: “cheers si dice prima di bere…”

 

“mi chiamo helena. Tu?”

 

“io ne ordino un’altra”

 

“aspetti qualcuno che non verra’?”

 

sono combattuto tra uno sconclusionato senso del dovere e l’istinto del maschio in posizione d’attacco; una situazione molto simile a quella dell’idiota che ci casca sempre.

 

“senti, helena, ho appena fatto due chiacchiere con una tua collega simpatica e carina come te. Non e’ serata, eh?! – parto con uno slang stile famigghia - Io non ho niente contro… anzi… se mi fossi capitata a tiro qualche giorno fa… beh… avremmo provato a fare qualcosa di… come dire… indescribable, ecco la parola giusta. Ma adesso, no. Ecco.  Diciamo che ci sono momenti si e momenti no. Questo e’ uno di quelli! nel senso di momento no. Mi capisci? Quindi, se hai piacere di passare una serata diciamo cosi’… a fare due chiacchiere, ecco io ti offro una birra molto volentieri. Ti siedi qui con me (e lo hai gia’ fatto), tiri via il tovaglio (e lo hai gia’ fatto), ti bevi un po’ di birra (e anche questo come sopra). Finito qui, capisci?”. chetelodicoaffare.

 

La tipa mi guarda sorridente, butta giu’ un’altra sorsata e poi posa la pinta sul tavolo. Rimette il tovagliolo al suo posto. Allarga il sorriso a labbra strette e mi dice:

 

“chi sei esattamente, il cugino scemo dei soprano?”. e chetelodicoaffare…

 

si alza, gira i tacchi con classe e torna a sedersi ad un tavolo con altre due amiche. Se qualcuno dovesse mai chiedermi qual’e’ stato il momento in cui mi sono sentito l’uomo piu’ idiota del mondo, adesso saprei dirglielo con certezza. Abbasso gli occhi e cerco di non pensarci. Guardo di sottecchi il trio femminile e comprendo che non c’e’ alcuna possibilita’ di uscirne dignitosamente, per cui finisco l’ultimo sorso di birra e mi alzo per uscire. Passando vicino al tavolo, la tipa si gira platealmente dall’altra parte. Mi da le spalle ed esplode in una risata programmata per frustare. Che figura di merda.

 

Appena fuori ci ripenso ancora per circa due secondi. poi decido di darmi una risposta decorosa e credibile per giustificare la faccenda:

 

“Per me era davvero una prostituta”. Amen.

 

guardo l’orologio e visto che butta male chiamo Rud.

 

“cicatrix, amico mio. no venuto nessuno? No problema. Normale succede. tu viene festa di wolfang. Tu prende taxi e dire lui di portare a Melkweg in Lijbaansgracht. E’ locale famoso che lui certamente sa”

 

“ma no, rud, non lo so, ti chiamavo proprio per dire che non riuscivo a venire…”

 

“oh, no. Tu no chiamare per dire che non venire. Tu venire. e a ingresso tu dire che sei amico di rud”.

 

Non ho capito la logica, per cui (logicamente) gli dico: “va bene arrivo”.

 

Il locale si trova su un canale e l’ingresso e’ talmente affollato da farmi passare la voglia. Provo ad avvicinarmi ai gentili signori all’ingresso. Se mi mandano a quel paese avro’ un buon alibi per saltare la fila e andarmene a dormire… invece quelli appena faccio il nome di rud, mi fanno addirittura un leggerissimo sorriso ed alzano la cordicella del “passaggio a livello”… appena dentro mi appoggio al bancone del bar e ordino un bicchiere d’acqua. L’ambiente e’ caldo, vige la penombra d’ordinanza e c’e’ rumore di musica. Il tempo di essere servito ed il buon rud e’ alle mie spalle. Per farmi capire quanto sia felice di vedermi mi spara un affettuosa manata (piu’ simile ad una mazzata…) sulla schiena e mi presenta con enfasi ingiustificata al suo amico wolfang; il quale, apprendo, festeggia i suoi primi quarantanni portati con la leggerezza di un cinquantenne che ne dimostra sessanta. I due mi portano nel prive’ e mi presentano ad una trentina di persone, acuendo sensibilmente la mia confusione di idee e il guazzabuglio mnemonico di nomi stranieri. La gente del posto, comunque, e’ simpatica ed ospitale. Tutti paiono farsi in quattro per essere gentili. Ci accomodiamo e un gruppo di persone inizia a parlare, con salti concettuali quantomeno disinvolti, prima di guerra e si politica, subito dopo di hobbies e vacanze. Al centro del tavolino ci sono posacenere pieni di delizie incartate e debitamente filtrate. Prendo possesso di una di queste. Artisti. Qualcuno solleva il coperchio di una ciotola e ne tira fuori polverina bianca che arguisco non essere borotalco e tantomeno bicarbonato…. o almeno non lo sono allo stato puro.

 

Una rispettabile e signorile dark lady in abito da sera e scollatura vertiginosa, si avvicina e mi osserva tenendo un calice di champagne tra le mani. Memore delle disavventure teste’ occorse, taccio e aspetto che sia lei a favellare. Lei non tarda a discorrer meco. Essendo statuaria di suo e nondimeno indossando tacchi degni della lunghezza penis di un john holmes, devesi abbassare  verso il mio orecchio protuberante in segno di attenzione. Sento una voce caldissima e suadente sussurrarmi un “serviti pure”, quasi impercettibile all’ orecchio umano ma fragoroso a livello ormonale.

 

“Bene” urlo come un forsennato. abbasso il volume.

 

“Cioe’, no. Grazie. Soffro di rinite allergica… sai com’e’… le polveri …un fastidio cane”. Rido da solo alla battuta e capisco che non e’ proprio serata… la dark lady, invece, si spippa l’impossibile e quando riapre gli occhi la vedo guardare in direzione di wolfang e rud. Il quale ricambia con un occhiolino di intesa. Lei si avvicina nuovamente.

 

“io mi annoio”

 

“dove andiamo?”

 

“seguimi”

 

“e chi ti perde…”

 

la seguo con occhi incollati ai glutei sotto il vestito frusciante, dietro il quale non mi e’ dato intuire altra presenza tessile. all’improvviso comprendo che l’apatia ormonale e’ terminata, lasciando spazio ad un catalogo di creativita’ sessuale degno di un porno-sceneggiatore ingrifato. usciamo dal locale e saltiamo sul primo taxi. Non ho il tempo di dire “a” ( e infatti non lo dico) che ho una lingua in bocca che lotta con la mia per il predominio orale. Poi mi afferra per la cintola e strattonandomi riesce a slacciarla abilmente, infilando una mano proprio al centro delle mie fantasie. Miss Linguina ci sa fare e si di mostra degna nell’uso del linguaggio universale. Non resisto e vengo via sulle ali dell’entusiasmo con distratto imbarazzo e buona pace del tassista, che fa finta di non accorgersi di nulla. La distinta signora mi porta in un’appartamento lungo un canale. Mette su un po’ di musica e dopo pochissime parole siamo sul divano. Le slaccio il reggiseno con indice e pollice della mano sinistra con tocco da vero artista. Le sposto le spalline e faccio scivolare il vestito lungo le gambe. Come volevasi dimostrare la prima cosa che appare ai miei occhi e’ un vellutato manto nero. pare muoversi come fronde di campo al vento e  dirmi “vieni a scoprirmi”. Non ho mai saputo resistere al fascino della natura. Ci spostiamo sul letto e visto che mi e’ tornata la forma di un ventenne infervorato, lo si fa in tutte le posizioni del kamasutra che io conosca. Cioe’ piu’ o meno un paio. lei mi fa stendere supino e si posiziona sopra da comoda cavallerizza. Le sfioro i capezzoli delicatamente con il palmo della mano aperto e a lei pare piacere assai. Poi sempre piu’ lentamente fino a fermarsi e poi ricominciare ancora lentamente e poi sempre piu focosamente. Finche’ con un sorriso stampato sul volto chiudo gli occhi e penso che, cribbio, in un paio di orette riesco a mettere a segno una doppietta degna di una scattante cinquecento.…

 

MI sveglio la mattina dopo ancora sorridente, prima che mi venga un piccolissimo dubbio: vuoi vedere che mi sono addormentato mentre ancora… “che figura di merda”…

Postato da: cicatrix a marzo 19, 2005 01:19 | link | commenti (3)

lunedì, 23 maggio 2005

 

L’ennesima alba olandese mi sorprende con la luce filtrante dalle tende della solita stanza d’albergo. Sono stanco come se non avessi dormito. Attendo che qualcosa accada. Il cellulare del Drugo continua ad essere spento inesorabilmente. Ho deciso che domani ripartiro’ per l’Italia se nulla accadra’, nonostante i rischi che questo possa comportare. Faccio una doccia, colazione con una sbotta nera chiamata impropriamente caffe’ ed esco. La pioggerellina mi bagna il giubbotto. non me ne curo piu’ di tanto. Percorro le vie di amsterdam senza guardarmi intorno. Entro in un cafe’ e chiedo un  espresso e una super. Mi gusto la colazione dei paesi bassi con lentezza e faccio passare il tempo. Non ho fretta e ne approfitto perche’ i negozi aprano. Quando reputo opportuno mi alzo ed esco. Vago distratto e poi decido di andare a trovare il buon Rudolph. Giro nella via del negozio e noto subito qualcosa di strano… mentre mi avvicino intravedo da lontano le serrande abbassate. Mi guardo intorno. Le altre vetrine sono tutte sollevate. Di fronte al negozio di Rudolph rimango di sasso.... basito. E’ serrato e non c’e’ alcuna insegna. E’ stata tolta. Entro nel negozio affianco e chiedo notizie. il proprietario, un uomo di mezza eta’ calvo e in sovrappeso, mi spiega che quel negozio non esiste. O meglio, che era stato aperto all’improvviso qualche giorno prima e cosi’ com’era stato aperto, era stato chiuso. Cerco qualche altra informazione senza ricavarne nulla di sensato. Esco e mi guardo intorno. Punto verso il jamaica cafe’, quello dei mancati appuntamenti. E’ la mia unica certezza. La preoccupazione incrementa le sinapsi. Voglio capire capire capire. Da bambino ero competitivo. Competevo su tutto: dallo sport al canto; dal disegno all’apprendimento. Imparavo e leggevo.  leggevo e imparavo. Volevo essere Migliore, anzi IL Migliore. Anche sulle cose che non sapevo fare.  Ero logorroico e francamente, spaccapalle. Parlavo sempre. Mi piaceva stare al centro dell’attenzione e ne ero cosciente.  Certo non ero un vincente. E questa caratteristica me la porto addosso come un marchio di fabbrica. Io sono un perdente. Un po’ come tutti i NON vincenti, che poi siamo praticamente la gente piu’ comune, piu’ normale, quei polli che non sono presidenti di un cazzo e responsabili di una minchia. Tantomeno di se stessi. E infatti mi chiedo cosa ci faccia ancora in questa citta’. Alle volte mi pare tutto un grande scherzo del Drugo… manco fosse Orson Wells. Preso dal pensiero ad un tratto mi balza in testa un’idea, piu’ simile ad una mosca ronzante di cui non ti sei a lungo curato e mi volto di scatto: ho la sensazione fortissima di essere osservato. Tutto pare regolare. Nessuno si ferma o accenna in qualche modo un segno di sorpresa.riprendo a camminare e volto l’angolo a sinistra sul canale. Cammino per un po’ e poi mi giro di scatto. Faccio finta di essere stupito (o stupido per chi mi osserva…) e riparto di scatto. Montalbano lo chiamerebbe un ‘saltafosso’, un azzardo per vedere se la controparte ci casca. Mi viene da ridere e sto per fermarmi a guardare indietro. Mi attendo una scena fatta di immobilita’. Invece, con la punta dell’occhio, intravedo una scena diversa con due persone che corrono nella mia direzione. Ricomincio a correre. Con malcontento, perche’ non mi e’ mai piaciuto farlo. Ma in questo momento non ne faccio una questione di gusto. Sento di non riuscire a correre piu’ forte e sento il fiato sul collo. il Tizio numero 1 allunga la mano una prima volta e mi sfiora.  il Tizio numero 2 e' sensibilmente piu' lento. Accellero con tutte le forze e riprendo un minimo margine. Mi fiondo a destra sul ponte, ma devo aver anticipato la frenata perche’ il tizio mi ha raggiunto ed e’ riuscito a darmi uno strattone sulla spalla. Ma non e’ stato decisivo. Cosi’ ne approfitto per spegnere il cervello, allungare il passo e, con un balzo, saltare la ringhiera e gettarmi nel vuoto. Due o tre metri di caduta libera prima dell’impatto con l’acqua gelida dei canali a velocita' pazzesca.  Vado a fondo per un metro e riapro gli occhi nel buio. Mi tiro su e prendo una boccata d’ossigeno. Guardo sul ponte e vedo i due tizi guardarmi con costernazione, stupore e rabbia. Capisco che non hanno molta voglia di mettersi a bagno. Qualcuno ha iniziato ad urlare e i due si dileguano all’arrivo dei poliziotti. Esco sull’argine e c’e’ un po’ di folla. Spiego ai tutori della legge che mi ero seduto sul muretto e devo aver perso l’equilibrio. Per tutta risposta mi caricano in macchina e mi portano in caserma (o come diavolo la chiameranno qui in olanda). Il loro capo fa capire di non credermi e nel dubbio mi sbattono al gabbio per una nottata a prendere fresco… pare da queste parti non gradiscano questo tipo di uscite…. Io non capisco, ma mi adeguo (anche perche’ non potrei fare diversamente….. ). E cosi’ passo dritto dal lusso dell’albergo alla cella. Con diversi personaggi in cerca d’autore che mi squadrano da capo a piedi mentre continuo a far finta di asciugarmi la testa con l’asciugamani di madama….

di fatto m’hanno trovato pure qua. Tanto vale tornarsene a casa… sempre che mi lascino uscire. Ma non mi fanno uscire….  Almeno fino al giorno dopo, quando mi caricano su una camionetta, mi portano dritto all’aeroporto e per scaricarmi come un sacco sul primo volo per l’Italia… destinazione Roma. Copa’ sto arrivando, ma tui non lo sai. E sono incazzato col mondo…

Postato da: cicatrix a maggio 23, 2005 23:34 | link | commenti (8)

 
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